Centinaia di arresti in Arabia Saudita. Personalità di alto profilo sono state rinchiuse in carcere con l’accusa di essere dei traditori. A molti è stato vietato di uscire dal regno. Ma tanti ormai hanno lasciato il Paese per paura e non hanno alcuna intenzione di ritornare. Il principe ereditario Mohammad bin Salman alterna alle rivoluzionarie riforme sociali, spietate repressioni sui dissidenti. Come non se ne vedevano da decenni.

Ci sono stati diverse operazioni nei confronti dei critici del regno durante lo scorso anno, incluso uno a settembre che ha colpito decine di religiosi, intellettuali liberali e reali, la maggior parte dei quali rimane detenuta. Anche a novembre sono stati presi di mira alcuni dei più famosi uomini d’affari e reali del paese, rinchiusi nel lussuoso hotel Ritz-Carlton di Riad e accusati di corruzione. La maggior parte dei circa 380 detenuti vip sono stati rilasciati dopo aver rilasciato consistenti somme di denaro e beni per il regno in cambio della libertà. Sono stati accusati di aver cospirato contro la monarchia. Ma persone vicine a loro ritengono che sono accuse fabbricate ad hoc, ma che potrebbero portare ad accuse di terrorismo sul loro conto.

Ora l’ultima ondata di arresti a maggio ha colpito donne e uomini, attivisti, che hanno spinto perché le saudite ottenessero il diritto di guidare. Il governo riconoscerà tale diritto il 24 giugno. Questo provvedimento fa parte di una serie di riforme sociali avviate negli ultimi anni, tra le quali il permesso alle donne di diventare imprenditrici anche senza il consenso del marito o del padre, quello di fare le investigatrici o entrare allo stadio.

Il governo saudita ha annunciato per la prima volta l’intenzione di revocare il divieto di guida a settembre, divenuto un simbolo dell’oppressione delle donne nel regno. Il decreto ha inviato un potente messaggio. Cioè che la monarchia saudita è impegnata a portare cambiamenti sociali incredibili fino a poco tempo fa, grazie all’intervento del principe ereditario Mohammed bin Salman.

Ma c’è chi esprime la sua preoccupazione per ciò che sta accadendo nel regno: “Speravamo in una società più equilibrata, in più diritti. Invece quello che abbiamo ottenuto, è più repressione solo con una diversa ideologia”, ha raccontato un attivista. Diversa l’opinione di chi sostiene il governo: “Il Paese sta attraversando un cambiamento radicale, e vi sono diverse posizioni politiche al suo interno, dai conservatori religiosi ai liberali filo-occidentali. Se vuoi realizzare un cambiamento, che è atteso da tempo, hai bisogno di un approccio autoritario, e ciò significa limitare per un po’ le libertà”, ha spiegato Ali Shihabi, direttore del think tank Arabia Foundation con sede a Washington al Wall Street Journal.

Da quando re Salman è salito al trono nel 2015, bin Salman ha dato il via a diverse riforme economiche e sociali. Ha cercato di differenziare l’economia del Paese, fino ad allora dipendente quasi esclusivamente dal petrolio, attraendo maggiori investitori, ma si è adoperato anche ad aprire il regno fino ad allora chiuso in un rigido conservatorismo religioso. Ha aperto sale cinematografiche e reso possibile l’organizzazione di concerti musicali.

Ma secondo alcuni sauditi come Yahya Assiri, attivista che vive a Londra dal 2013, la situazione non è stata mai così negativa: “Ora devi essere completamente filo-governativo. Anche stare zitti non è abbastanza”. L’Unione europea ha condannato la repressione in corso e dichiarato che ciò che sta accadendo “mina la credibilità del processo di riforma del Paese” e ha chiesto alle autorità saudite di rilasciare gli arrestati.

Tra le persone detenute c’è anche uno dei più importanti religiosi del Regno, Salman al-Odah. Un tempo un fondamentalista islamista che guidò il movimento antimonarchico del “risveglio islamico” negli anni ’90, in seguito sposò opinioni più moderate e divenne uno dei principali sostenitori delle riforme sociali e politiche. Odah e un altro noto religioso, Awad al-Qarni, sono stati detenuti per non aver adottato la linea dura del governo saudita contro il Qatar. Entrambi i religiosi hanno fatto commenti pubblici su Twitter a sostegno di migliori relazioni tra le potenze del Golfo.

Il clima che si respira in Arabia Saudita non fa presagire nulla di buono. Anche Jamal Khashoggi, giornalista saudita che ora vive a Washington, è di questa opinione. Ha lasciato il regno la scorsa estate per paura di essere arrestato o nel timore che gli sarebbe stato vietato viaggiare: “Ogni volta che sento di un arresto o di un amico a cui è stato vietato viaggiare, sono grato di essere qui”.

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