La “malattia” di Vladimir Putin è uno dei temi che torna ciclicamente nelle cronache su Mosca. Tabloid, stampa internazionale, personalità un tempo legate al Cremlino, oligarchi in fuga e addirittura il capo dei servizi segreti ucraini continuano a sostenere che il leader russo sia gravemente malato. Ogni volta con una diversa versione, essendosi susseguite diverse ipotesi, ma l’interpretazione finale non cambia: in base allo studio delle immagini, di quello che trapela dalle fonti a Mosca e da alcuni sospetti, molti osservatori ritengono che la salute di Putin sia crollata. Al punto che qualcuno sospetta addirittura che sia in corso una successione (o financo un golpe).

Mentre i sospetti continuano a circolare con insistenza, è difficile non solo trovare una linea univoca, ma anche uno scenario più o meno verosimile. Innanzitutto perché le informazioni che giungono sullo stato di salute di Putin cambiano in modo radicale, con ipotesi del tutto diverse fra loro, con sintomatologie diverse. In secondo luogo, perché non esiste, al momento, alcuna informazione certificata o attendibile che possa fornire indicazioni precise sulla salute del presidente russo. Sia perché è impossibile riuscire a sapere qualcosa di così intimo su un leader circondato da un vero e proprio ombrello che lo isola dall’esterno. Sia perché, fino a prova contraria, i sospetti devono essere provati da chi li agita e non da chi li subisce. E in una guerra come quella ucraina che è, inevitabilmente, anche guerra di informazione, questo mistero non può che essere parte integrante di questa sfida. La propaganda russa non può in alcun modo confermare queste voci ma nemmeno smentirle: perché se lo facesse, significherebbe dare adito a quella che è ritenuta come una “diceria” rischiando di confermare così la tesi che si vuole smontare. Indebolendo, quindi la leadership del presidente se dati in pasto all’opinione pubblica.

Da parte occidentale, invece, sempre esserci un doppio binario su cui si sviluppa questa narrazione sulla salute di Putin, che diventa poi la salute del suo stesso regime. I tabloid più sensazionalistici appaiono orientati verso sospetti al limite del voyeurismo, con l’obiettivo di far vedere presunti lati più oscuri e personali di un leader che ci appare non solo nemico, ma soprattutto estraneo. Un uomo che non è più interpretato e analizzato come il presidente di una nazione, ma come un satrapo orientale, un monarca assoluto, uno “zar“, appunto, circondato dalla sua corte, dai suoi incubi e dal rischio di malattia, morti violente, golpe o follia. La storia, in questi casi, non aiuta certo a dipanare dei dubbi. La Russia zarista, così come quella sovietica, è stata sempre connotata da episodi tragici avvenuti nei palazzi del potere o da violenti cambi di potere. D’altra parte, come secondo binario, c’è poi quello più complesso di perseguire scopi politici definendo l’immagine di un leader irrazionale e debole. Questo modus operandi può giustificare, ad esempio, l’impossibilità di raggiungere un compromesso, spiegando quasi a livello “sanitario” la rottura dei canali diplomatici. Oppure può essere un modo per trovare non solo una causa dietro il fallimento della guerra, che per molti analisti occidentali è ormai evidente, ma anche per accelerare il sospetto sulla fine di una lunga stagione di potere come quello dell’uomo di San Pietroburgo. Anzi, a questo proposito non va sottovalutato anche il fattore di “intelligence”: cioè che continuare a parlare della salute e dei segreti dello “zar” invia segnali sulla capacità di infiltrarsi all’interno dei circuiti più rivelanti di Mosca.

Tutto questo ha tuttavia in sé un rischio su cui vale la pena soffermarsi. Approfondire in modo così ossessivo lo stato di salute di un leader avversario può infatti diventare una inquietante alternativa alla riflessione su quanto accade in Ucraina o nei corridoi del Cremlino. Accendere i riflettori sulla psiche dell’uomo e sugli effetti di una possibile terapia lascia intendere che sia effettivamente solo un uomo a decidere tutto quanto accade sul campo di battaglia. E soprattutto che ogni azione sia conseguenza non già di un piano, ma di una irrazionalità galoppante che avrebbe preso il controllo di tutto e messo a tacere ogni voce contraria: una corsa verso l’abisso di un Paese che sarebbe ormai preda delle idee di un leader con scopi sempre più incredibili. Una lettura che può essere vera, non esistendo una prova né una smentita, ma che non può né deve sostituire la lettura basata sulla orribile razionalità di quanto accade. L’Occidente, o meglio, il suo sistema mediatico, sembra essersi convinto che la guerra sia necessariamente frutto di un calcolo sbagliato, o che le scelte così diverse dal sentire comune euroatlantico siano il prodotto di un drammatico declino psicologico. Il crollo di un Paese diventa crollo fisico e mentale di un presidente. La sua sconfitta, un fallimento strutturale dato da una sorta di allucinazione personale e collettiva. Ma questo modo di pensare rischia di sottovalutare non solo le armi in mano al Cremlino, quanto il conflitto stesso. Una guerra che ha radici ben profonde e che si sta sviluppando attraverso direttrici pragmatiche e razionali, anche se può sembrare impossibile. Decisioni e mosse tragiche, come ogni guerra, ma non per questo estranee al raziocinio. Leggere i gesti e le mosse di Putin senza capire cosa si nasconde dentro e dietro il potere russo è pericoloso, perché lascia l’idea che l’orrore non sia logico. Mentre invece la storia ci insegna un dato inquietante ma ineluttabile: la guerra è forse l’elemento più costante. E per un uomo che si sente ultimo interprete di una nazione a vocazione imperiale, questa non è una scelta folle, ma una scelta razionale. Non per questo meno terrificante.

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