Le elezioni presidenziali americane del 2020 determineranno, come di consuetudine, le sorti di una delle nazioni più potenti del pianeta ed avranno ampie ricadute sul quadro geopolitico mondiale. La sfida tra Donald Trump e Joe Biden, seppur tesa ed appassionante, non è però l’unica ad essere andata in scena il 3 novembre. In ballo c’erano anche l’intera Camera dei Rappresentati, i cui seggi vengono rinnovati ogni due anni ed un terzo degli scranni del Senato, la prestigiosa Camera Alta che gode di ampi poteri. Controllare il Senato è particolarmente importante dato che questo organo legislativo ha rilevanti prerogative esclusive. La Camera Alta può accettare o respingere la nomina di funzionari e giudici federali effettuata dal Presidente, ha il potere di ratificare gli accordi internazionali ed è chiamata ad esprimersi in caso di messa in stato d’accusa (impeachment) del Capo di Stato.

Una corsa in salita

I seggi del Senato sono 100, due per ogni Stato, e circa un terzo di essi viene rinnovato ogni due anni ( la durata del mandato dei senatori è di sei anni). Il Partito repubblicano controlla la Camera Alta dal 2014 ed attualmente detiene 53 scranni, di cui 23 sono rinnovati nel 2020. I Democratici, per riuscire a prevalere, devono strapparne almeno tre ai rivali senza perdere nessuno dei dodici che controllano. Un’impresa quasi proibitiva seppur non impossibile. Al momento i progressisti sono riusciti a conquistare il Colorado, dove l’ex governatore John Hickenlooper ha sconfitto l’uscente repubblicano Cory Gardner, considerato particolarmente debole per la sua eccessiva vicinanza al presidente Trump. In Arizona, invece, l’ex astronauta Mark Kelly ha superato l’uscente Martha McSally, repubblicana ed ex pilota di aerei da guerra. Le cose sono andate diversamente in Alabama, dove il democratico Doug Jones è stato nettamente sconfitto dall’ex allenatore di football Tommy Tuberville. La caduta di Jones è destinata a complicare i piani del Partito Democratico, che non è riuscito a sfondare in Montana, South Carolina e Texas, Stati in cui le aspettative erano piuttosto alte. Cinque seggi, tra cui ci sono quelli molto combattuti della Georgia (dove si andrà al ballottaggio) e della Carolina del Nord, non hanno ancora un vincitore. I Democratici devono sperare in una vittoria ai ballottaggi in Georgia e nel successo di Biden per poter prevalere al Senato.

Un potere diviso tra Democratici e Repubblicani

Un Senato controllato dai Repubblicani rischia di rivelarsi una vera e propria nemesi per l’aspirante presidente Biden e, come segnalato dal giornalista Lulu Garcia Navarro di Npr, un prezioso strumento di controllo nelle mani dei conservatori. Una vittoria democratica alla presidenza ed alla Camera dei Rappresentati lascerebbe il solo Senato, destinato a trasformarsi in un vero e proprio fortino, in mano repubblicana. L’obiettivo del partito dell’elefante, in uno scenario di questo tipo, potrebbe essere quello di perpetuare il controllo esercitato sulla Corte Suprema, che dopo la conferma di Amy Coney Barrett vede i giudici conservatori prevalere per sei a tre nei confronti dei progressisti e di pungolare, quanto più possibile, un’eventuale presidenza democratica. Il presidente Biden si troverebbe costretto a scendere a compromessi con i rivali e ad abbandonare alcune delle sue proposte politiche più controverse ed indigeste ad una parte dell’elettorato. La tradizione storica sembra favorire uno scenario di questo genere: dall’elezione di Ronald Reagan nel 1980 (con l’eccezione dei primi sei anni della presidenza di George W. Bush) nessun Presidente ha potuto godere della maggioranza in entrambi i rami del Congresso per più di due anni. Gli americani, mediamente, temono la prevalenza eccessiva di un partito sull’altro e preferiscono fare a meno degli eccessi presidenziali. Biden potrebbe così ritrovarsi ad essere il primo Presidente, dal 1989 ad oggi, ad insediarsi in presenza di un Senato ostile. Non il modo migliore per dar vita ad un ciclo politico di successo.

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