A pochi giorni dal compimento del suo sesto mese, il conflitto in Ucraina è diventato una costante nei notiziari occidentali, se pur normalizzata al pari dell’emergenza siccità, della crisi energetica o del prossimo confronto elettorale.

L’opinione pubblica, in particolare italiana, assuefatta alle notizie che ci giungono dal fronte, pare diventata quasi insofferente rispetto a una guerra che infiamma l’Europa e che si combatte a un migliaio di chilometri dai nostri confini. L’Ucraina è lontana, la si conosce per questioni calcistiche o perché ci si ricorda che sui testi scolastici fosse indicata come “il granaio d’Europa”. Pochi conoscono le dimensioni di quel Paese, ancora meno sanno individuare sulla carta geografica i luoghi che oggi sono “il fronte”: Donetsk, Kherson, il fiume Dnepr o la regione del Donbass.

La Russia è ancora più lontana da questo punto di vista, e le notizie che ci arrivano da essa, anche a causa del conflitto stesso che ha tagliato, per un motivo per un altro, buona parte dei canali di informazione, sono frammentarie e filtrate dai media occidentali, quando non è la propaganda del Cremlino a farlo.

Proprio la propaganda assume centralità quando si tratta di sondare il consenso della popolazione russa verso l’autorità o verso il conflitto, e a quasi sei mesi dal suo inizio, le notizie che ci provenivano dalla Russia di manifestazioni popolari contrarie alla guerra sono letteralmente sparite dalle agenzie stampa, così come quelle che riferivano di manifestazioni presunte spontanee di sostegno alla politica del Cremlino. Parallelamente i notiziari nostrani hanno riportato, invero acriticamente, i sondaggi demoscopici russi che riportavano come il presidente Vladimir Putin godesse di ampio consenso popolare e parimenti la “operazione militare speciale”.

Ci si è chiesti, quindi, che fine abbia fatto il dissenso emerso nei primi giorni, anche al netto della dura repressione messa in atto dal Cremlino, che ha spalancato le porte delle carceri a chi esprimeva critiche verso la presidenza o verso l’invasione russa. Da questo punto di vista risulta utile leggere l’opinione di chi ha modo di “tastare il polso” dell’opinione pubblica in modo diretto, perché da sempre ha studiato certi fenomeni e vi ha anche preso parte: stiamo parlando del sociologo russo Boris Yulyevich Kagarlitsky.

Kagarlitsky è coordinatore del progetto Transnational Institute Global Crisis e direttore dell’Institute of Globalization and Social Movements (Igso) di Mosca. Teoretico marxista, è stato dissidente nell’Unione Sovietica di Leonid Breznev, e dal 1994 al 2002 ha insegnato scienze politiche all’Università statale di Mosca, alla Scuola di scienze sociali ed economiche e all’Istituto di sociologia dell’Accademia delle scienze russa. Il suo punto di vista sugli avvenimenti che stanno cambiando radicalmente l’assetto politico globale e, in primis, la stessa Russia, è soggetto a uno spesso filtro ideologico, ma dato il curriculum dello studioso risulta particolarmente interessante per avere un quadro generale della situazione interna nella Federazione, previo opportuno lavoro di “scrematura” dell’ideologia.

Recentemente il professor Kagarlitsky, in un’intervista, ha affermato che i russi non sono né per la guerra né contro di essa: semplicemente non reagiscono al conflitto. Il sociologo sostiene che i sondaggi di opinione pubblicati dai media filo-Cremlino non hanno nulla a che fare con la realtà, in quanto il numero di persone che accettano di rispondere alle domande è crollato a un livello talmente basso da non essere rappresentativo. Prima della guerra, afferma, era sotto il 30%, che è già molto basso. Ora, è considerato un grande successo quando il 10% accetta di rispondere. Di solito è dal 5 al 7% di cui circa il 65-70% sostiene la guerra.

Kagarlitsky sostiene che questi dati aprono a due interpretazioni: la prima, per lo più condivisa dall’opposizione liberale, è che le persone hanno semplicemente paura di rispondere, ma secondo lui potrebbe non essere solamente così, nonostante tra quel 95% che si rifiuta di rispondere, potrebbe esserci un numero considerevole che è contrario alla guerra ma non osa dirlo. Il suo sospetto, invece, è che la maggior parte delle persone non abbia alcuna opinione. Il sociologo afferma senza mezzi termini che fino a poco tempo fa la maggior parte dei russi non sapeva che ci fosse una guerra in Ucraina, in quanto nei media usano il termine “operazione militare speciale”, che suggerisce che le forze speciali siano impegnate in qualche tipo di azione limitata da qualche parte. I russi quindi non associano quei termini a vere ostilità, con carri armati, artiglieria e così via, e soprattutto, siccome non vengono riportate le vittime civili ucraine, per essi non è un vero e proprio conflitto.

Kagarlitsky individua anche un secondo aspetto, affatto secondario e comune anche al di qua della nuova “Cortina di Ferro” calata dal Baltico al Mar Nero: la maggior parte dei russi non guarda i programmi politici in Tv, né guarda i media di opposizione su internet. Afferma che la popolazione non è interessata a nessun tipo di politica e che l’intero spettro dell’opinione politica – inclusi sia i lealisti che l’opposizione, sia di sinistra che di estrema destra, liberale o conservatrice – rappresenta forse dal 15 al 20% della popolazione, probabilmente meno del 10. Il resto, secondo il professore, è totalmente apolitico. Il sociologo afferma che questo è un grande vantaggio per il Cremlino, ma è anche il suo problema più grande: nessuno si muove contro il governo, ma nessuno si muove nemmeno a favore. Ecco perché, sostiene Kagarlitsky, la campagna di vaccinazione contro il Covid è fallita e perché il presidente Putin non può annunciare una mobilitazione generale: in quest’ultimo caso, tutti “scapperebbero”.

Il sociologo fa una disamina quasi spietata della società russa: afferma che “la cosa buona di questo Paese è che tutto fallisce, qualunque cosa accada”, quindi anche il meccanismo repressivo instaurato dal Cremlino è destinato a fallire anche perché “la gente continua a ridere delle autorità”, il che è un aspetto positivo della Russia in quanto “incarcerano le persone, le arrestano, fanno pagare multe, ma la gente continua a ridere di loro”.

Al netto del filtro ideologico marxista del professore, che vuole forzatamente l’approccio liberale come falso o parzialmente tale, da cui la spiegazione sociologica dell’apatia russa, sicuramente esiste un dato vero: la bassa percentuale di partecipazione ai sondaggi mostra che l’effettivo sostegno alla guerra, come alla presidenza, è molto basso. Sarebbe però interessante avere informazioni riguardanti l’origine geografica degli intervistati, considerando che esiste una profonda differenza tra la Russia rurale e quella delle grandi città: quando si atterra in uno degli aeroporti della capitale si sente spesso dire dai locali che “Mosca non è la Russia e la Russia non è Mosca”, pertanto l’appoggio al Cremlino, così come quello al conflitto, potrebbe essere diverso nel Paese più profondo e lontano dalla vita “occidentale” della città, anche considerando che lì la propaganda putiniana potrebbe aver facilmente attecchito meglio.

Kagarlitsky, nella sua analisi sociologica, non si limita solo al sentimento dei russi verso il conflitto in sé. Nel prosieguo dell’intervista afferma che la situazione economica russa si sta deteriorando e si comincerà a sentire seriamente entro la fine di agosto o settembre. Il sociologo afferma che si tratta di un processo graduale: “Un’azienda chiude, le persone devono cercare nuovi lavori, poi un’altra chiude e così via. Certi beni stanno scomparendo, ma non tutti. Come ho detto, la maggior parte dei russi è apolitica. Si preoccupano del loro lavoro, delle loro famiglie, dei loro amici più cari e forse delle loro case e degli animali domestici. L’importante è che la tua vita familiare sia intatta, poi puoi tollerare il resto. Il problema è che non continuerà così all’infinito. La guerra colpirà la tua famiglia, il tuo lavoro e persino i tuoi animali domestici. E una volta che inizia a influenzare la vita privata delle persone, le cose possono cambiare immediatamente. Penso che la resistenza potrebbe iniziare a crescere molto velocemente una volta che il governo farà qualcosa che influirà sulla vita delle famiglie. Ecco perché non hanno dichiarato apertamente guerra”.

Le sanzioni quindi stanno cominciando lentamente a funzionare, secondo lui, e questo avrà risvolti anche dal punto di vista militare. Lo strumento più efficace finora è stato il ritiro delle società straniere dalla Russia, perché ciò comporta altri problemi, in particolare l’embargo su forniture specifiche come i pezzi di ricambio che sta affliggendo il complesso militare-industriale, che si afferma può continuare a sostenere i ritmi di guerra per altri due o tre mesi, a seconda del settore.

Kagarlitsky non si ferma qui: sostiene che Putin sia rimasto solo, eccezion fatta per un ristretto gruppo, comunque isolato, di personaggi a lui vicini, e afferma che la borghesia russa è scontenta e così anche gli ambienti militari ed è per questo, per il fatto di avere una base molto ristretta della classe dirigente a sostenere il Cremlino, che si sta avendo una “paralisi del governo in questi ultimi quattro mesi”.

Particolarmente interessante poi l’affermazione secondo la quale le analisi occidentali presuppongono che si abbia a che fare con persone razionali che fanno scelte razionali, o almeno con persone che fanno scelte, ma in realtà in Russia, in questo momento, nessuno prende decisioni, e anche se vengono avanzate proposte, non funzionano perché nessuna è accettata da abbastanza persone all’interno dell’élite per metterla in atto. Quanto detto è anche un avvertimento per chi, da questa parte della barricata, prende decisioni: non si deve ragionare solo in termini di razionalismo e realismo, ma bisogna considerare anche l’aspetto “emotivo” dell’avversario, che potrebbe portarlo a compiere passi disastrosi per tutti.

Interessante anche al spiegazione data da Kagarlitsky dello scoppio della guerra. Non questioni legate alla geopolitica, quindi alla penetrazione occidentale nell’estero vicino russo, bensì legate all’economia interna e al rimbalzo generato dalla fine della grande crisi del 2008/2010, che ha prodotto enormi capitali che non potevano essere reinvestiti internamente, da qui la necessità, per le élite, di cambiare la struttura della società: qualcosa di fattibile rapidamente attraverso l’espansione militare e i conflitti in Siria e Ucraina. Anche in questa lettura del sociologo si rivede tutta la sua impronta marxista, che non considera – sbagliando – i conflitti come derivanti dal mutare del balance of power tra gli Stati e restringe il campo esclusivamente agli interessi del capitale.

Il sociologo, al netto della sua visione ideologica, afferma anche di ritenere che le capacità dell’esercito russo stiano finendo. Le consegne di equipaggiamenti occidentali stanno cambiando molto seriamente la situazione militare e persone vicine all’establishment militare russo sarebbero estremamente preoccupate e talvolta anche in preda al panico per il corso del conflitto. Ritiene che se ci saranno ulteriori sconfitte in Ucraina, allora qualcosa accadrà, sebbene non sia in grado di specificare cosa, ma secondo lui alcuni eventi drammatici accadranno. Non parla necessariamente di colpo di stato, perché è molto al di fuori della tradizione militare russa, ma l’esercito potrebbe intervenire in un modo o nell’altro. Kagarlitsky ritiene che se il Cremlino dovesse provare a lanciare una mobilitazione generale, o espandere il provvedimento a nuove categorie di popolazione, allora potrebbe esserci una ribellione.

L’analisi del sociologo, come detto, è viziata dall’ideologia marxista, ma comunque rappresenta un interessante punto di vista sulla situazione interna russa se si è capaci di eliminarne i filtri ideologici sulla base di quanto sappiamo della storia degli ultimi 30 anni, del conflitto e dell’attuale situazione economica della Russia.

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