La morte di Shinzo Abe nell’attentato dell’8 luglio scorso è un colpo al cuore del Giappone, che perde il premier più longevo della storia del Paese, il politico più influente della sua generazione e uno dei pensatori strategici più fini. Ma è anche una dura botta per l’ordine regionale, in particolar modo per i rapporti tra Tokyo e i suoi vicini. Incanalando nel nazionalismo moderato l’anima revanscista e conservatrice del Paese, Abe ha voluto riportare nella storia Tokyo rispettando il caposaldo dell’alleanza con gli Stati Uniti ma picconando gradualmente alcune delle determinanti della sovranità limitata a cui il Giappone era confinato dal 1945 ad oggi. Oltre alla questione nota del riarmo e del superamento della clausola pacifista, questo ha avuto a che fare anche con la ricerca di una pacificazione definitiva con la Russia.

Con undici visite in Russia negli otto anni del suo lungo mandato di governo (eccezion fatta per la breve esperienza dal 2006 al 2007) tra il 2012 al 2020, Abe ha tentato a più riprese, e senza successo, di risolvere la disputa territoriale ereditata dalla breve guerra del 1945 tra Unione Sovietica e Giappone e di siglare un accordo di pace con la Russia. Nel 1945, sconfitta la Germania Nazista in Europa, Stalin ordinò in agosto di attaccare un Giappone già messo in ginocchio dal bombardamento atomico di Nagasaki, aprendo le ostilità in Manciuria e occupando la parte meridionale dell’isola di Sakhalin e le Isole Curili.  Queste ultime sono rivendicate dal Giappone come “Territori del Nord” illegittimamente occupati da Mosca. La questione non è mai stata chiarita dato che l’Unione Sovietica non presenziò alla Conferenza di San Francisco che nel 1952 concluse l’accordo di pace tra gli Alleati e il Giappone democratico. Solo una convenzione del 1956 regola, ad oggi, i rapporti russo-giapponesi, senza che nessun trattato di pace sia mai stato raggiunto.

Abe ha cercato la definizione concreta dei rapporti con la Russia con insistenza durante il suo governo; Vladimir Putin ha visto nel leader giapponese un politico affidabile, un partner dialogante che si distanziò in larga parte dall’offensiva diplomatica occidentale dopo Euromaidan, dal conseguente regime sanzionatorio dalle espulsioni a raffica di diplomatici russi nel 2018 dopo il caso Skripal, in ultima istanza dalla decisione del governo del suo “delfino” Fumio Kishida di sostenere con insistenza l’Ucraina dopo l’invasione del 24 febbraio scorso. Abe ha perseguito con testardaggine la sua ricerca di una relazione franca e diplomatica con Mosca. In primo luogo, perché conscio dell’impossibilità di confrontarsi con due rivali in Estremo Oriente, Cina e Russia. In secondo luogo, per nutrire la retorica nazionalista col ritorno alla madrepatria delle Curili. Infine, per alzare il potere negoziale come attore autonomo di fronte agli Stati Uniti e ai Paesi dell’Indo-Pacifico.

Putin ha più volte dato semaforo verde alle trattative con Tokyo, ma il nodo della questione è sempre stato il timore russo di una ri-militarizzazione delle Curili in caso di ritorno al Giappone, giustificato dalla paura che nell’area si potessero insediare assetti aerei o marittimi di Washington. Abe è arrivato a chiedere alla Russia, nei vari incontri succedutisi, non l’intero arcipelago ma la sua parte più meridionale, la Piccola catena delle Curili centrata sull’isolotto di Shikotan. Nella sua agenda, il trattato di pace serviva a consolidare, su altri fronti, la partnership con Mosca: l’energia, con le forniture di gas naturale; la stabilizzazione della Penisola Coreana, con interessi comuni alla de-escalationn nucleare; la partnership in nazioni in via di sviluppo, con il Giappone che intendeva sfidare la Via della Seta cinese sin dai suoi primi alleati di riferimento.

Il “delitto Moro mondiale”, l’omicidio di Shinzo Abe, pone fine definitivamente a questo progetto. Né Yoshihide Suga né Fumio Kishida, alternatisi al governo dopo le dimissioni di Abe nel 2020, hanno riproposto un’agenda autonoma simile. Anche e soprattutto perché mancanti dello standing e della visione strategica del predecessore. Come Moro nell’Italia degli Anni Sessanta Abe sapeva che per contare di più di fronte agli alleati di riferimento il Giappone poteva e doveva mostrare capacità di azione autonoma negli scenari più vicini e di riferimento. E la Russia era uno di questi.

Per Tokyo si trattava di cancellare l’onda lunga della Guerra russo-giapponese del 1904-1905, del conflitto di confine di Khalin Gol, nella Manciuria occupata da Tokyo, del 1939, della breve guerra del 1945 per tornare a un rapporto strategico e soprattutto non mediato da potenze esterne. Un simbolo del ritorno autonomo del Giappone nella storia. Suffragato, nei mesi più recenti, dall’attenta presa di posizione di Abe sulla guerra in Ucraina, ostile a ogni fine bellicista o interventista. Per il premier conservatore, mai la Russia, con cui difficilmente il Giappone potrà in futuro essere alleato o amico, è stato un nemico. In quanto potenza del Pacifico, è stata ritenuta un partner fondamentale con cui dialogare. Ma oggi questo sentiero sembra essere chiuso, forse per lungo tempo. E il sogno di Abe di una pace capace di aprire a un dialogo strategico a tutto campo tra i due Paesi e a valorizzare Tokyo nello scacchiere regionale destinato ad essere rimesso nel cassetto.

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