Israele ha sempre considerato la repubblica del Sudan come un “nemico” da cui doversi guardare, e ha condotto, negli anni, diverse missioni – segrete e meno segrete – per eliminare obiettivi sensibili che sostenevano Hamas ed Hezbollah. Ma ora qualcosa sembra essere drasticamente cambiato: il premer israeliano Benjamin Netanyahu è pronto ad incontrare nuovamente l’ex generale, ora capo di stato de facto del Sudan, Abdel Fattah Abdelrahman Burhan. Alla base ci sarebbero interessi comuni che possono vedere questi due Stati così diversi unirsi nella lotta contro il jihadismo e contro l’affermazione dell’Iran come potenza islamica del Medio Oriente.

Per anni gli F-16 “Sufa” con la ben riconoscibile livrea da guerra dell’Aeronautica israeliana sono sfrecciati nello spazio aereo sudanese per distruggere i carichi di armi che gli arabi africani destinavano ai nemici dello Stato ebraico come gli Hezbollah libanesi o i gruppi armati di Hamas attivi nella Striscia di Gaza. Ora invece gli aerei bianchi e celesti della compagnia di bandiera israeliana El Al volano “tranquilli” nei medesimi cieli, e sono pronti ad accompagnare in Sud America il leader Bibi Netanyahu per rincontrare il generale Burhan dopo averlo visto fare scalo per le stesse ragioni ad Entebbe in Uganda. Un aeroporto che Bibi conosce bene, avendoci perso il fratello Yoni durante quella che forse può essere considerata la più temeraria e spettacolare missione che le forze speciali israeliane abbiano condotto nella loro storia. Dopo il colloquio che si è tenuto nella residenza del leader ugandese Yoweri Museveni nelle scorse settimane, i due leader sembrano aver imboccato la strada giusta per cessare di essere degli Stati “nemici” e aprire un nuovo capitolo nei loro rapporti diplomatici. Alla base di questo cambio di rotta di Netanyahu – complice la personalità del ex-generale Burhan, considerato in maniera ben diversa dai suoi commilitoni – sembrerebbe esserci una “confluenza di interessi” che li vede concordi nel volere contenere e contrastare le minacce rappresentate dall’alleanza sciita guidata dall’Iran, un tempo grande alleato del Sudan, e dai gruppi jihadisti sunniti come l’Isis e al Qaeda – sempre più attivi nel continente africano dove sta sorgendo uno “nuovo fronte jihadista“, sopratutto nella fascia Sahel, che sebbene con contempli il Sudan, ne segna i confini.

Nonostante il Sudan abbia ospitato per anni il leader qaedista Osama Bin Laden, ora le cose sembrano essere “cambiate” nei palazzi del potere di Khartum, che, dopo il colpo di Stato dell’11 aprile 2019 e la seguente fase di “stabilizzazione” portata dal nuovo governo, hanno disperato bisogno di riabilitazione agli occhi dell’Occidente. Specialmente dopo anni di guerra civile che sono stati scanditi da numerose accuse di crimini contro l’umanità. Il Sudan, attraverso la sua stretta con Gerusalemme mira ad uscire dall’isolamento e riprendere i rapporti con le grandi potenze occidentali, per abbandonare il suo status di ex-Stato Canaglia e magari essere cancellato definitivamente dalla “lista nera” redatta da Washington. Un Paese che nonostante la fiducia offerta da alleati europei come Regno Unito, Franca e Italia, detiene sempre l’ultima parola su come vada giudicato uno Stato nello scacchiere internazionale. Il fatto che Israele sia pronto a tendere una mano all’ex-nemico potrebbe giocare un ruolo chiave nel far passare il nuovo Sudan dalla parte dei “buoni”. E dato lo stretto rapporto che in questi tempi intercorre – ancora più di prima – tra l’inquilino della Casa Bianca e Gerusalemme, qualcuno direbbe potrebbe suggerire che il “ferro vada battuto finché caldo”.

Una lunga storia travagliata

I rapporti tra Israele e Sudan hanno un storia travagliata e contorta, attraversata fin dagli anni ’50 da guerre, operazioni di spionaggio, alleanze sommerse, contrabbando di armi e di “persone” che vedevano sullo sfondo sempre l’Egitto – nemico della prima ora di Israele – quale storico mandatario del territorio del Sudan. Gli oppositori dell’ingerenza del raìs egiziano Gamal Nasser, allora guidati da Sadiq el Mahdi, si sono sempre rivolti ad Israele per ottenere un certo supporto, regolarmente trovato, ma tutto terminò con il primo golpe militare che trasformò il Sudan in un nuovo – l’ennesimo – nemico dello Stato ebraico. Posizione dimostrata formalmente durante la Guerra dei Sei giorni che l’Egitto – insieme alla Siria, all’Iraq e alla Giordania – combatté nel 1967; in quell’occasione anche un contingente di soldati sudanesi impugnò le armi contro i soldati d’Israele che ottennero comunque una schiacciante vittoria. Da allora Israele condusse operazioni segrete di “appoggio” all’opposizione armata guidata da Joseph Lago, che intendeva insorgere contro il governo sudanese presieduto da Jaafar Nimeiry.

Il Sudan fu teatro di una importante operazione del Mossad, che negli anni ’70, ben prima che Nemeiry diventasse un “amico della Cia”, sfruttò le sue coste per evacuare gli ebrei etiopi e poterli condurre in sicurezza nella loro nuova patria attraverso le operazione Brothers e Mosè. Rovesciato da un secondo golpe nel 1989, Nimeiry venne sostituito dal generale Omar al-Bashir, che rese il Sudan una teocrazia militare vicina ad Hezbollah e Hamas, e intessé stretti rapporti con l’Iran ormai controllato dagli ayatollah che iniziarono trafficare armi destinate al braccio armato palestinesi e ai combattenti del Partito di Dio libanese. Questo portò i caccia con la Stella di David a bersagliare navi mercantili e convogli che trasportavano armi destinate a colpire Israele. Come accade attualmente in Iraq e Siria. La deposizione di Bashir ha aperto ad un nuovo scenario che potrebbe finalmente cancellare lo status di “nemico” dell’Occidente e perpetuatore di crimini contro l’umanità con l’intercessione di Gerusalemme, che sta adottando una politica estera molto “aperta” ad accaparrarsi nuovi sostenitori nel mondo.

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