Berlino, un gigante dai piedi di argilla che ora fa i conti con la realtà. Nel corso della storia d’Europa, come ha spiegato l’ex Segretario di stato americano Henry Kissinger nel suo capolavoro Diplomacy, almeno sin dalla Guerra dei Trent’anni fino a oggi, “l’assetto della Germania ha sempre costituito un dilemma: se si trovava in una condizione di debolezza sollecitava le aspirazioni espansionistiche dei paesi vicini, Francia in testa, ma allo stesso la prospettiva di una Germania unita terrorizzava le nazioni limitrofe”. Il timore di Richelieu che una Germania unita possa dominare l’Europa e imporsi alla Francia era stato anticipato da un osservatore britannico che nel 1609 scrisse: “Per quanto riguarda la Germania, che se fosse soggetta a un’unica monarchia, sarebbe terribile per tutti gli altri…”. Storicamente, osserva Kissinger, “la Germania è sempre stata o troppo debole o troppo forte per la pace in Europa”.

Dopo essere stata per due decenni il motore economico – non politico – dell’Unione europea Berlino si ferma, complice il coronavirus e la stagnazione economica. Come sottolinea La Verità viene messa in luce la debolezza strutturale dell’Unione europea e della Germania, che per circa due decenni ha cavalcato la globalizzazione aumentando il surplus dei suoi conti con l’estero, penalizzando la domanda interna. Il confronto con gli Stati Uniti, scrive La Verità, è emblematico. Un Paese dove infatti i consumi delle famiglie arrivano a sfiorare il 70% del Pil. Il disavanzo delle partite correnti arriva a quasi 540 miliardi. Una cifra che gli americani possono ma non vogliono più permettersi. Pur essendo la bilancia dei pagamenti così abnormemente e stabilmente in rosso, gli Usa hanno l’unico indubbio privilegio che nessun altro Stato al mondo ha. A questo si aggiunge il fatto che la deflazione salariale ottenuta con le varie riforme Hartz ha reso le imprese tedesche più competitive all’estero, scaricandone però il prezzo sul tenore di vita delle famiglie.

Come ha osservato Andrea Muratore su InsideOver, stando alle Macroeconomic imbalance procedure (Mip) introdotte nel 2011 dall’Unione un Paese non dovrebbe avere un saldo positivo della bilancia commerciale superiore al 6% del Pil nella media a tre anni. La Germania viola sistematicamente questo dato e, anzi, nel 2019 ha visto il saldo delle partite correnti crescere dal 7,3% al 7,6% del Pil, un valore simile all’8% registrato tra il 2015 e il 2017. Il 7,6% del Pil implica un saldo commerciale positivo delle partite correnti (flusso di beni, servizi e investimenti) pari a 293 miliardi di dollari (circa 262 miliardi di euro).

Che il surplus tedesco abbia penalizzato i consumatori tedeschi e la domanda interna è un dato di fatto. Secondo uno studio di Confindustria, i guadagni di competitività tedeschi, ottenuti grazie a forti aumenti di produttività a cui non sono corrisposti analoghi incrementi salariali, hanno sfavorito i consumi delle famiglie (già contenuti); ciò ha scoraggiato anche gli investimenti e mantenuto debole la domanda interna rispetto alla produzione, causando un eccesso di risparmio che è il rovescio della medaglia del surplus nei conti con l’estero. Senza contare che l’eccesso di risparmio si trasferisce inevitabilmente all’estero e crea accumulazione di crediti verso i paesi in deficit, che a lungo andare diventano insostenibili e generano crisi, che conducono a svalutare la ricchezza accumulata sull’estero: un cattivo affare per i risparmiatori tedeschi.

In tutto questo il momento estremamente negativo per Berlino prosegue, alle prese con l’ennesimo, brusco, rallentamento economico. A febbraio l’indice Zew, che misura la fiducia delle imprese tedesche, è sceso a 8,7 punti rispetto ai 26,7 di gennaio. Gli analisti avevano sì teorizzato una discesa, ma non un crollo fino a questo punto: le stime parlavano infatti di 21,5 punti. Il motivo principale di una simile debacle è collegabile ai timori per gli effetti negativi del coronavirus sull’economia mondiale.

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