Giuseppe Conte ha sperato fino all’ultimo: Emmanuel Macron poteva essere il grimaldello per far accettare anche alla rigida Angela Merkel un piano europeo che non prevedesse in alcun modo il famigerato Mes.

Ma purtroppo le speranze sono state vane e riposte non nella persona sbagliata, ma nello Stato sbagliato: perché la Francia non avrebbe mai potuto discostarsi completamente da quella Germania che considera suo vero interlocutore e co-padrone dell’Unione europea. Lo si è visto con il patto siglato ieri tra i due governi. E quindi è altrettanto evidente che non era Parigi il grimaldello di Roma, ma al contrario Roma il grimaldello di Parigi, la chiave per far comprendere a Berlino che non si poteva proseguire nell’austerità più rigida proprio per rimanere ancora più alleati in un continente alla deriva. Insomma, il Sud Europa, di cui l’Italia è pienamente parte, non è un alleato: ma è utile. E Macron, al pari degli industriali tedeschi, ha bussato alla cancelliera per esprimerle questo concetto talmente elementare quanto poco ovvio per tanti governi dell’Unione, a cominciare da quei “falchi” che credono che solo attraverso il rigorismo dei conti si possa modificare in meglio l’Europa.

Nel frattempo però Macron e Merkel hanno saputo mettere in piedi un ottimo tranello politico. Da una parte il presidente francese si è assunto l’onere (e l’onore) di farsi carico dei problemi dell’Europe meridionale per provare a scardinare un Meccanismo europeo che non piace neanche alle Finanze francesi. Che di certo non sono considerabili così solventi come quelle tedesche. Dall’altra parte, la Merkel ha saputo farsi garante del rigore del Nord e dei suoi alleati centrali e orientali pur condividendo le preoccupazioni sul crollo di Italia e Spagna e sulle ripercussioni per quell’Unione europea che è sempre stato il suo cortile di casa.

L’Italia, ovviamente, non è che abbia dalla sua un grande potere. In molti continuano a ripetere, anche a ragione, che quello in mano all’Italia è il potere di essere indispensabili: “Se cade l’Italia, cade l’Europa”. Che è la stessa frase che non a caso ha detto Bruno Le Maire, ministro dell’Economia francese, quando i Paesi Bassi hanno imposto la linea della fermezza dei conti nei primi giorni di panico da pandemia. Il problema è che questa leva contrattuale inizia a essere sempre meno evidente in sede Ue, perché l’Italia è sempre più sola e perché in fin dei conti diventa uno strumento per essere considerata sempre meno importante nelle decisioni che contano. Prova ne è che il ministro Roberto Gualtieri ha provato a dire che l’Italia non era d’accordo, così come Conte ha continuato a riaffermare la necessità dei coronabond e non del Mes e alla fine si è avverato l’opposto: niente eurobond, si a un Mes debole. Con la panacea della Banca europea a mitigare i timori italiani.

L’immagine comunque è di un’Italia fortemente indebolita. Al netto dei grandi annunci del Patto del Quirinale tra Italia e Francia – patto ribadito anche a Napoli poche settimane prima della catastrofe – e dei possibili discorsi su una linea comune con la Germania, l’impressione è che Palazzo Chigi sia ormai diventato una pedina utile, necessaria, sicuramente più importante di altre, ma non fondamentale. E lo dimostra il fatto che Paesi come Svezia e Olanda possono imporre la propria linea a scapito di centinaia di milioni di europei. E lo manifesta anche un altro elemento: che il cosiddetto fronte mediterraneo di Italia e Spagna sia in realtà ben poco coeso, visto che Madrid, strategicamente, ha tutto l’interesse a presentarsi come terza capitale d’Europa dopo Berlino e Parigi e proprio sostituendo Roma.

Un trappolone che adesso vedrà l’Italia accedere probabilmente al Meccanismo europeo con una linea di credito del 2%, ma che avrà anche come contraltare il ripristino delle clausole del Patto di Stabilità. Con tanto di rischio Troika che rimarrà sempre, anche se dalla Germania negano. E nel frattempo, il Patto di Aquisgrana va a gonfie vele mostrando che Macron e Merkel, con tutte le divergenze su punti importanti, in fin dei conti non si tradiranno mai davvero. Troppi gli interessi in gioco e troppi soprattutto quelli in comune. A cominciare dalla stessa Italia, dove Parigi ha messo gli occhi per accaparrarsi asset strategici imprescindibili, a cominciare da Piazza Affari. Sia chiaro: Macron fa gli interessi della Francia così come Merkel quelli della Germania. Il problema è chi, in Italia, pensa di fare gli interessi italiani puntando dall’altra parte delle Alpi. Errori grossolani che pagheremo, più o meno tardo, sul tavolo dell’Unione europea.

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