Barack Obama non smette di commentare i principali fatti politici della settimana. Quasi come se pensasse di essere il vero avversario di Donald Trump per le elezioni presidenziali. Da quando l’ex presidente degli Stati Uniti ha annunciato il suo pubblico sostegno a Joe Biden, abbiamo assistito ad una strategia sempre uguale a se stessa: la voce di Barack Obama è andata vicina ad oscurare quella del vincitore delle primarie democratiche.

Trump lo chiama “sleepy Joe”, Joe dormiente, perché la sensazione è che Biden non riesca a cavalcare il momento. Cosa sarebbe successo se le proteste del Black Lives Matter fossero andate in scena in contemporanea con la candidatura a presidente di un afro-americano o comunque di un leader progressista più vivace? Biden si è posto “in ascolto” della comunità nera, ma a livello mediatico manca qualcosa: la figura dell’ex vicepresidente della Casa Bianca non è associata con naturalezza alle richieste provenienti da chi è sceso in piazza in modo pacifico. Se dovessimo scegliere un aggettivo per la campagna di Biden, sarebbe “stantia”.

I sondaggi, a cinque mesi dalle urne, lasciano il tempo che trovano. The Donald dichiara di possedere rilevazioni statistiche diverse, in cui è dato in largo vantaggio. Il fantasma del 2016, l’anno in cui tutti davano per scontata la vittoria di Hillary Clinton, si aggira ancora tra i comitati elettorali degli asinelli, che non sottovaluteranno la contesa. Il protagonismo di Obama, anche in relazione al caso di George Floyd, non può passare inosservato: nessuno di recente si è preso gli spazi che l’ex presidente sta occupando nel corso della sfida elettorale.

Bill Clinton non si è sovrapposto a Barack Obama nel 2008. Barack Obama non si è sovrapposto ad Hillary Clinton nel 2016 e così via. Il recente divismo del primo presidente afro-americano della storia degli Stati Uniti possiede almeno due significati: qualcosa non convince della candidatura di Joe Biden; la dinastia Obama, che è pure al vertice della corrente di cui Biden fa parte, non ha intenzione di mollare lo scettro di vertice partitico.

Barack Obama ha addirittura preso parte a “The Last Dance”, la serie Netflix che racconta l’epopea dei Chicago Bulls di Michael Jordan, commentando anche in termini sociologici l’avvento di un personaggio così centrale per il concetto stesso di “essere americano”. Può essere stato un caso, ma quel prodotto sarà stato visto da milioni di elettori, anche tra i cittadini statunitensi.

La sconfitta di Bernie Sanders ha dato una grossa mano. Se il “vecchio leone” del Vermont fosse riuscito, vincendo le primarie, nell’opera di mettere in crisi la corrente moderata cui appartengono gli Obama, Biden e la famiglia Clinton, Barack non avrebbe potuto giocare in campo aperto, dettando tempi e temi di una campagna che sta avendo lui per attore principale, e non Joe Biden, che si limita a mostrarsi più “presidenziale” di Trump, almeno secondo il punto di vista di un liberal.

Obama è invece il solito costruttore di sogni cui siamo abituati: l’uomo in grado di stuzzicare le coscienze e l’immaginario di chi vorrebbe che gli Stati Uniti si lasciassero alle spalle questi ultimi quattro anni. Sullo sfondo, ma neppure troppo, c’è l’Obamagate: un filone investigativo che non è ancora entrato nel vivo, ma che potrebbe riservare sorprese prima di novembre.

In conclusione di questo discorso, si può ufficialmente fotografare la vera sfida del 2020: Donald Trump, per restare nella Casa Bianca, non dovrà superare Joe Biden che, magari anche per il fattore anagrafico, dà l’impressione di non essere mai entrato “in ritmo”, come direbbero i commentatori sportivi americani, ma Barack Obama che, non potendosi ricandidare, ha sempre una carta pronta da sfoderare in prospettiva: Michelle Obama.

Qualcuno usa addirittura ipotizzare che Biden possa lasciare nel bel mezzo della partita, per far spazio a Michelle. Si tratta solo di congetture ma, considerando l’attivismo degli Obama, è lecito non escludere che quest’ultimo scenario possa prendere vita nell’arena politica a stelle e strisce.

Dacci ancora un minuto del tuo tempo!

Se l’articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l’avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se non ci fosse InsideOver, quante guerre dimenticate dai media rimarrebbero tali? Quante riflessioni sul mondo che ti circonda non potresti fare? Lavoriamo tutti i giorni per fornirti reportage e approfondimenti di qualità in maniera totalmente gratuita. Ma il tipo di giornalismo che facciamo è tutt’altro che “a buon mercato”. Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.