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Roma crocevia della diplomazia per la pace in Ucraina? Difficile a dirsi. Certamente, però, l’incontro nella capitale tra Jake Sullivan, consigliere per la sicurezza nazionale americano, e Yang Jiechi, elemento di spicco del partito comunista cinese nonché direttore della Commissione Affari esteri, è un evento importante. Importante perché arriva in un momento particolarmente complesso della guerra tra Mosca e Kiev. Ma soprattutto perché mette a confronto due superpotenze che in questa fase rappresentano le uniche in grado di poter decidere i destini del conflitto, ad eccezione ovviamente dei protagonisti sul campo. Da tempo la Cina viene vista come una possibile mediatrice della guerra, sia per i buoni rapporti con l’Ucraina sia, soprattutto, per le relazioni blindate con la Russia. Pechino non ha mai condannato apertamente Mosca per la guerra e il presidente Xi Jinping è interlocutore privilegiato del leader russo, Vladimir Putin. Per molti osservatori, proprio la vicinanza tra Xi e Putin, unita ai contratti siglati tra la Russia e la Cina, potrebbero rendere Pechino un elemento-chiave per far desistere il Cremlino dal proseguire nella guerra. Ma fino ad ora la Repubblica popolare ha mostrato solo di volere riportare le due nazioni al dialogo, senza arrivare a una netta presa di posizione nei confronti di una delle parti. Una scelta che per molti è apparsa come l’immagine più eloquente del fatto che Pechino, in realtà, parteggiasse per Mosca. Ma d’altra parte questa volontà di mostrarsi equidistante rispetto a Mosca e Kiev permette oggi a Xi di mostrarsi realmente come mediatore: un ruolo che, se confermato, significherebbe comunque il passaggio di testimone alla Cina quale vera potenza in grado di esprimere una leadership anche su conflitti totalmente esterni alla sfera asiatica.

Sull’incontro, le versioni di Casa Bianca e Partito comunista sono molto simili ma con alcune differenze. Lievi, ma di cui va tenuto conto. Il comunicato dell’amministrazione statunitense è molto netto: “Sullivan incontrerà Yang Jiechi, membro del Politburo del Partito Comunista Cinese e Direttore dell’Ufficio della Commissione per gli Affari Esteri, nell’ambito dei nostri sforzi in corso per mantenere aperte le linee di comunicazione tra gli Stati Uniti e la Repubblica popolare cinese (RPC). Le due parti discuteranno degli sforzi in corso per gestire la concorrenza tra i nostri due paesi e discuteranno l’impatto della guerra della Russia contro l’Ucraina sulla sicurezza regionale e globale”. A margine, viene poi detto che Sullivan incontrerà anche Luigi Mattiolo, consigliere diplomatico di Mario Draghi.

Sul fronte cinese, invece, è molto utile leggere quanto riportato dal Global Times, tabloid in lingua inglese che di fatto traduce le linee-guida del Partito. Innanzitutto viene immediatamente messo in chiaro che gli esperti sentiti dal quotidiano cinese ribadiscono che “l’occasione non può essere sfruttata dagli Stati Uniti per seminare discordia tra Cina e Russia”. Inoltre, c’è un altro punto che mostra come da Pechino sia arrivato l’input di non apparire troppo coinvolti nel conflitto. Il Global Times, infatti, cita un’intervista a Diao Daming, professore della Renmin University of China di Pechino, in cui il docente spiega che “l’incontro di lunedì non è stato fissato con urgenza in risposta a un’emergenza, ma è stato pianificato con largo anticipo dalle due parti secondo i propri programmi”. Inoltre, spiega sempre il professore “oltre al conflitto Russia-Ucraina, nella riunione di lunedì potrebbero essere discussi anche altri temi caldi riguardanti le relazioni regionali o internazionali, come il cambiamento climatico, la questione della penisola coreana e l’accordo sul nucleare iraniano”. Insomma, la parola d’ordine che arriva da Pechino sembra essere moderazione. Forse per evitare di mostrarsi troppo coinvolti e preponderanti rispetto a Mosca, forse anche per evitare di palesare un interesse così netto verso un conflitto lontano dall’Asia ma che può essere utile alla Cina sia come stress test che come banco di prova in caso di interventi bellici a Taiwan e dintorni.

In questo senso, non va sottovalutata la notizia fatta uscire proprio il giorno prima del vertice dal Financial Times riguardo al fatto che la Russia avrebbe chiesto equipaggiamenti militari alla Cina. Secondo le fonti del Ft, le richieste russe sarebbero state fatte già dopo poche ore dall’inizio dell’invasione. E adesso in tanti si aspettano una contromossa cinese o una presa di posizione.

Sul nodo Roma, le interpretazioni sono molte. Come riporta Ansa, il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, a “Non è l’arena” ha definito il vertice tra Sullivan e Yang Jiechi “un incontro storico” e che “se gli Usa e la Cina si parlano vuol dire che si sta andando avanti sulla linea che il governo italiano sta incoraggiando in tutte le sedi: bisogna parlare con tutti per arrivare a una tregua umanitaria e a un accordo pace”. In questi casi, on vertici programmati da diverso tempo, è difficile credere in un cambio di rotta repentino con la scelta che è ricaduta improvvisamente su Roma. Tuttavia, è interessante constatare l’enfasi mostrata da entrambe le parti per questo vertice romano. L’Italia, in questa fase, rappresenta più un teatro di incontro che protagonista del dialogo: però non va sottovalutato il fatto che Roma un luogo che riesce in qualche modo a incrociare i destini dell’Oriente e dell’Occidente, e in particolare di Cina e Stati Uniti. Sul fronte americano, l’Italia è un Paese considerato ora fedelmente atlantico. La Cina, come dimostrato con la firma del memorandum per la Nuova Via della Seta, ha certamente un interesse a tornare nel Belpaese per ripristinare contatti nel tempo dissolti. Infine, Roma ha la presenza della Città del Vaticano, che, come Santa Sede ma anche come vertice della Chiesa, si è più volte espressa cntro la guerra chiedendo dialogo e offrendosi quale potenza mediatrice. Motivi che possono far comprendere il peso che può avere Roma sulle scelte della sua “seconda figlia”, quella Terza Roma che ai cesari ha sostituito gli zar.

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