È vero che nel piccolo paese balcanico il ruolo del presidente è poco più che cerimoniale, eppure le elezioni tenute la scorsa domenica appaiono molto sentite ed i risultati emersi discretamente significativi. In primis, perché per la prima volta il paese va al volto con il nome nuovo: Macedonia del Nord. Un elemento di non poco conto, visto che la nuova denominazione è figlia dell’accordo di Prespa con il quale non solo si mette fine alla disputa con la Grecia (che per anni non accetta che una repubblica confinante prenda il nome di una sua regione storica), ma si pongono anche le basi per l’ingresso di Skopje nella Nato e nell’Ue.

Ma in secondo luogo, il confronto nel ballottaggio presidenziale non è soltanto tra due candidati ma tra due distinte visioni della Macedonia del Nord: da una parte il centro – sinistra che preme per portare definitivamente il paese nell’orbita occidentale, dall’altra invece i nazionalisti che al contrario rifiutano l’accordo di Prespa e vorrebbero Skopje fuori dalla Nato. A spuntarla è il candidato del centro – sinistra, vicino all’attuale premier Zoran Zaev, Stevo Pendarovski.

I risultati definitivi delle presidenziali

Già nella tarda serata di domenica emergono i dati definitivi di queste delicate elezioni presidenziali. A spuntarla, come detto, è il candidato del centro – sinistra Pendarovski. Il futuro presidente vince con il 51.7% dei consensi ed è dunque lui a prendere la carica di nuovo capo dello Stato per i prossimi cinque anni. Rappresentante del partito social – democratico, Pendarovski centra l’obiettivo al suo secondo tentativo, visto che nel 2014 viene battuto dall’uscente Ivanov. Ad essere battuta è Gordana Siljanovska-Davkova, prima candidata donna nella storia del paese e rappresentante dei nazionalisti del Vmro – Dpmne, il partito a cui appartengono sia Ivanov che l’ex premier e uomo forte della Macedonia, Nikola Gruevski. Gordana Siljanovska-Davkova si ferma al 44% dei voti, un distacco di sette punti emerso già dopo le prime fasi dello scrutinio.

I due candidati partono praticamente alla pari, visto che al primo turno ottengono entrambi il 42% dei consensi, con un leggero vantaggio per Pendarovski. A risultare decisivi potrebbero essere i voti della minoranza albanese, i cui partiti rappresentativi in parlamento anche se non appoggiano l’attuale esecutivo socialdemocratico risultano comunque decisivi in fase di ratifica dell’accordo di Prespa. La campagna elettorale verte soprattutto proprio sul trattato firmato con la Grecia. La nazionalista Gordana Siljanovska-Davkova anche negli ultimi comizi promette un ricorso al tribunale internazionale de L’Aja contro la ratifica, avvenuta senza rispettare l’esito referendario dello scorso mese di settembre. Pendarovski invece sostiene l’accordo, così come il processo di integrazione alle istituzioni atlantiche e comunitarie. Con la sua vittoria, adesso i socialdemocratici controllano tutti i posti chiave della politica macedone: presidenza della Repubblica e governo.

Un paese spaccato a metà

Il primo dato che emerge dalle elezioni presidenziali, riguarda l’affluenza. Soltanto il 46% degli elettori si reca alle urne, il quorum del 40% per rendere valide le consultazioni viene dunque superato ma di poco. Questo denota una certa disaffezione ed un importante scoramento da parte della popolazione verso la classe politica. Del resto le condizioni economiche e sociali non appaiono delle più rosee: disoccupazione giovanile e tasso di emigrazione verso l’estero hanno percentuali a due cifre, la  “nuova” Macedonia del Nord eredita vecchi ed atavici problemi dell’ex repubblica jugoslava. Ma a far allontanare gli elettori dai seggi elettorali, è anche la sensazione di doversi affidare ad una classe politica che non tiene conto dei verdetti popolari.

Il cammino verso Nato ed Europa, sancito dall’accordo di Prespa, non viene visto di buon occhio dall’intera popolazione. L’apposito referendum dello scorso mese di settembre è un flop: solo il 36% degli elettori va alle urne, il quorum del 50% è ben lontano dall’essere raggiunto. Eppure il governo procede ugualmente alla ratifica dell’accordo, nonostante anche le proteste che a gennaio scoppiano fuori dal parlamento mentre per una manciata di voti i deputati approvano le nuove disposizioni che prevedono, tra le altre cose, anche il nuovo nome da dare alla Repubblica.

E tra chi va a votare la spaccatura è davvero netta: poco più della metà, come detto, vota per il candidato che promette di andare avanti con Ue e Nato, poco meno della metà invece dà fiducia ai nazionalisti. Un quadro quindi di profonda indecisione, che potrebbe tradursi nei prossimi mesi in ulteriore tensione non solo politica ma anche sociale. Intanto però, con governo e presidenza in mano allo stesso partito, Skopje blinda per il momento il suo percorso di avvicinamento a Bruxelles.

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