Vale la pena incriminare Donald Trump e rimuoverlo in anticipo dalla carica di presidente? Se lo stanno chiedendo i Democratici Usa dato che che le possibilità di un impeachment per l’inquilino della Casa Bianca si fanno sempre più attuabili. Eppure, nonostante accuse reali e investigazioni convalidate, la sinistra statunitense sembra propensa a non portare avanti il processo legale che “licenzierebbe” Trump, preferendo puntare a sconfiggerlo nelle elezioni del 2020. Ma le motivazioni pro e contro l’impeachment stanno creando un interessante dibattito fra i Democratici americani e non solo.

Cos’è un impeachment

“Impeachment” (dal latino impedicare, stessa radice del verbo impedire) è un termine inglese diventato di uso comune nel glossario politico internazionale: con esso si intende la rimozione di un politico dalla propria carica per cause gravi come alto tradimento o attentato alla Costituzione. Sono stati soprattutto gli Stati Uniti ad aver avallato negli anni questa possibilità legislativa, per impedire ai presidenti di continuare il loro lavoro alla Casa Bianca dopo aver compiuto un reato.

Il caso più famoso è quello che riguarda Bill Clinton nel 1999: per le falsità raccontate sulla sua relazione con la stagista Monica Lewinski, il marito della futura candidata Hillary Clinton subì un processo per impeachment che però lo trovò innocente. Richard Nixon invece fu sottoposto all’udienza nel 1973 per lo scandalo Watergate ma si dimise prima.

Per Trump si parla di impeachment sin dalla sua elezione, ma di recente le dichiarazioni contrarie al procedimento da parte di Nancy Pelosi hanno fatto ricredere molti cittadini americani. Secondo la deputata dei Democratici: “L’impeachment è così divisivo per il paese che, a meno che non ci sia qualcosa di così incredibile, travolgente e bipartisan, non penso che dovremmo percorrere questa strada, perché divide il paese. E per Trump non ne vale la pena”.

L’inchiesta di Nadler

C’è però il meno noto deputato Jerrold Nadler, appartenente al distretto dei Dem di New York, che negli ultimi mesi ha raccolto materiale per incriminare l’attuale presidente. Un lavoro nell’ombra che comincia a venire fuori e a far parlare di sé, soprattutto perché la documentazione è valida e concreta.

Fra il licenziamento dell’ex direttore del Fbi James Comey che stava indagando sui suoi contatti con la Russia, le parole del suo ex avvocato Michael Cohen sui soldi del partito spesi per regali e investimenti privati per arrivare fino agli affari fatti nella città di New York fra debiti e presunti prestiti, i motivi legali per arrivare all’impeachment non mancano. Senza contare altre ragioni più etiche, come l’aver separato le famiglie dei migranti al confine col Messico o il blocco dei viaggiatori musulmani da sette paesi ostili, che però possono rientrare nei suoi diritti da prima carica dello stato.

Sembra che a far paura ai Democratici sia la possibilità di un successo nell’impeachment. Questo vorrebbe dire che l’attuale vice, Mike Pence, diventerebbe presidente e si pensa che l’ex governatore dell’Indiana potrebbe essere ancora più severo di Trump senza nemmeno le gaffe dell’ex magnate. Inoltre la paura che Trump, come sempre, sfrutterebbe l’accusa per elevarsi a vittima ed esaltare ancora di più il suo elettorato potrebbe significare nuovi problemi per la sicurezza interna Usa.

Per questo i democratici americani preferiscono provare a batterlo direttamente in cabina elettorale: dopo le elezioni di midterm si sentono più sicuri e di pari passo sta crescendo l’idea di poterlo sconfiggere nel voto di novembre 2020. Peccato che queste stesse sensazioni abbiano contraddistinto tutta la campagna, poi rivelatasi perdente, di Hillary Clinton nel 2016. E se l’impeachment fosse l’unica possibilità di eliminare Trump?

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