In Algeria è stato lanciato un nuovo hashtag come segno di una nuova mobilitazione popolare. La campagna questa volta si chiama #PasUnCrime o #NotACrime, a seconda se si sceglie la versione francese oppure in lingua inglese. Questa volta l’obiettivo è non spegnere i riflettori su quella che è la situazione nel Paese nordafricano sul fronte del rispetto dei diritti umani e della libertà di parola. L’Algeria, come si sa, ha vissuto un importante stravolgimento a partire dal febbraio 2019, mese in cui sono partite le proteste contro l’ex presidente Abdelaziz Bouteflika. Ammalato e percepito come simbolo e sintesi di un “pouvoir” sempre più lontano dal popolo, le manifestazioni hanno costretto alle sue dimissioni. Ma da allora l’opinione pubblica algerina non è riuscita a raggiungere il suo vero scopo, quello cioè di iniziare a dar vita a una vera democrazia.

La legge anti terrorismo del 2020

Il potere politico algerino ha sì subito un momento di profondo cambiamento e di destabilizzazione dei suoi delicati equilibri interni. Ma, alla lunga, non sembra essere stato scalfito in modo significativo. L’elezione come nuovo presidente di Abdelmadjid Tebboune avvenuta nel dicembre 2019, è stata percepita da buona parte della società algerina come una “soluzione interna” al potere stesso. Non quindi come uno stravolgimento vero e proprio. Circostanza che non ha spento le proteste, soprattutto ad Algeri e nelle grandi città. Si è così costituito il cosiddetto “movimento Hirak“, un’unione di formazioni, associazioni e sindacati che hanno continuato a organizzare proteste e a chiedere ulteriori riforme. Nel mirino dei manifestanti la corruzione, la presenza di personaggi troppo legati al precedente governo di Bouteflika, oltre che una condanna alla perdurante crisi economica aggravata poi dall’emergenza coronavirus.

L’Algeria infatti ha subito gravi perdite e un ulteriore allargamento del proprio debito, con il governo più volte sul punto di intervenire sul welfare. Un malcontento popolare a cui si è però reagito a un certo punto con la linea della fermezza. Nell’aprile del 2020, in particolare, è stata approvata la legge anti terrorismo. All’interno del documento c’è un articolo che ha aperto la strada all’incarcerazione per reati legati all’espressione della propria opinione. Si tratta del cosiddetto articolo 87bis, in cui gli autori di slogan, frasi o articoli di giornale considerati derisori contro il governo appaiono potenzialmente accusabili di attentato alle autorità e terrorismo. Sull’articolo 87 bis è stata espressa preoccupazione anche dall’Alto Commissariato dell’Onu per i diritti umani, secondo cui una norma del genere comprende “un’ampia varietà di reati” e questo “contrasterebbe con i principi di certezza del diritto”.

Per molte associazioni algerine, quella legge ha dato il via libera a una vera repressione. Da allora sarebbero decine le persone finite in galera per via della propria attività giornalistica oppure per quanto scritto sui social. Attivisti condannati e a volte anche morti all’interno delle carceri, come nel caso più recente di Hakim Debbazi, arrestato e febbraio e deceduto il 24 aprile scorso. Ufficialmente per cause naturali, ma in molti vorrebbero vederci chiaro attorno la vicenda.

La campagna #PasUnCrime

Proprio la morte di Debbazi ha scatenato diverse proteste, culminate poi con l’iniziativa di diverse organizzazioni volta a lanciare una campagna mediatica per non far spegnere i riflettori sulle presunte violazioni dei diritti umani in Algeria. Partita il 19 maggio, la campagna #PasUnCrime terminerà il prossimo 28 maggio. Una data non casuale: è infatti il terzo anniversario dalla morte di Kamel Eddine Fekhar, primo attivista deceduto nelle carceri algerine dopo l’inizio delle proteste del 2019. Una morte arrivata dopo 50 giorni di sciopero della fame decretato dallo stesso attivista dopo le accuse di incitamento all’odio raziale e di pericolo provocato alla sicurezza dello Stato piovute a suo carico. Un nome quindi diventato icona tra i sostenitori del movimento Hirak e tra le organizzazioni che si battono per i diritti umani in Algeria.

Nelle motivazioni descritte nel comunicato delle 38 organizzazioni che aderiscono alla campagna #PasUnCrime, sono stati denunciati i 300 arresti dall’inizio del 2022 legati a reati riconducibili alla libertà di espressione. Un numero reso noto da Zaki Hannache, uno dei più noti attivisti algerini. “Le autorità algerine hanno posto fine alle proteste pro-democrazia di “Hirak” nella maggior parte del paese un anno fa – si legge nel comunicato di lancio dell’iniziativa #PasUnCrime – Da allora si sono moltiplicati i procedimenti giudiziari per accuse di terrorismo infondate, sono state adottate problematiche modifiche al codice penale, sono state avviate azioni legali contro organizzazioni della società civile e partiti politici di opposizione, repressione contro difensori, si sono intensificate le organizzazioni per i diritti e i media, mentre le autorità continuano ostacolare la registrazione e il funzionamento dei sindacati indipendenti”.

Alla campagna aderiscono in totale 38 sigle: “La campagna – si legge ancora nel comunicato diramato sui media algerini nei giorni scorsi – invita tutti gli individui, le organizzazioni e le parti interessate a contribuire alla richiesta collettiva di porre fine alla criminalizzazione dell’esercizio delle libertà fondamentali in Algeria, utilizzando l’hashtag #PasUnCrime”.

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