Tra giochi del calendario e scherzi del destino: ad inizio anno si sa già che la Tunisia deve andare al voto più volte in autunno per rinnovare il parlamento e scegliere il nuovo presidente. Nessuno però immagina che il futuro del Paese africano si deve giocare nel giro di appena otto giorni. Tanti ne passano infatti dalla data fissata per le legislative, previste il 6 ottobre prossimo, e quelle per il ballottaggio delle presidenziali, previste invece per il 13 ottobre. Due domeniche consecutive di urne aperte che, oltre ad un importante impegno logistico, per la Tunisia rappresentano una base importante per il suo futuro.

Fissata la data del ballottaggio

Consultazioni così ravvicinate non sono proprio un toccasana per elettorato e forze di sicurezza: i cittadini sono costretti ad un tour de force che potrebbe, alla lunga, favorire un’alta percentuale di astensionismo, gli apparati di sicurezza sono invece sotto stress per garantire la regolarità del voto. Inizialmente i due appuntamenti elettorali non sono previsti così ravvicinati, ma la morte del presidente Essebsi avvenuta a luglio costringe ad anticipare l’appuntamento presidenziale.

Lo scorso 15 settembre i tunisini si recano per il primo round di questo tour de force elettorale, votando per il primo turno delle presidenziali. Come previsto, nessuno dei 26 candidati raggiunge il 50% necessario per essere eletto senza passare da un ulteriore turno. E così, ecco che al ballottaggio vanno due candidati giudicati come anti sistema, a capo di liste indipendenti: da un lato vi è il giurista Kais Saied, che ottiene il 18.4% dei consensi al primo turno, dall’altro il magnate delle tv, attualmente in galera con l’accusa di truffa, Nabil Karoui. Fuori i candidati ufficiali dei partiti, a partire dal premier uscente Yussef al Chahed.

A quel punto, l’unico dubbio riguarda in quale data fissare il ballottaggio. Scartata subito l’ipotesi del 29 settembre, in quanto giudicata troppo ravvicinata al primo turno, ecco che nei giorni scorsi si fa largo di sfruttare la coincidenza con le già fissate legislative per creare una sorta di “election day” tunisino. Alla fine però, come comunica il presidente della Commissione elettorale indipendenteNabil Baffoun, si propende per il 13 ottobre. Esattamente una settimana dopo delle legislative, le quali sono fissate per il 6 ottobre. Non è un dato secondario: evidentemente, si cerca di far scegliere il nuovo presidente con i tunisini che conoscono già la composizione del futuro parlamento.

Un’anomala campagna elettorale

Dunque entro metà ottobre la Tunisia saprà quali saranno i suoi nuovi orientamenti politici: da un lato si conoscerà il peso dei vari partiti e delle (tante) liste indipendenti nel nuovo organo legislativo, dall’altro si saprà il nome del nuovo presidente. In tal modo, si spera entro fine mese di sapere anche la composizione del nuovo governo, in modo da far ripartire una macchina amministrativa bloccata dopo la morte del presidente Essebsi e lo scioglimento del parlamento. Certo è che però, questo tour de force elettorale, risulta anomalo e non solo per le date ravvicinate del voto. In primis, a risultare anomala è la campagna elettorale e questo per due motivi: la condizione di arrestato di uno dei due candidati per le presidenziali ed il quasi disinteresse per la sfida elettorale parlamentare.

In tv sono iniziati i dibattiti televisivi tra i rappresentanti delle varie liste, ma tutto appare offuscato da un’inedita sfida per il ruolo di presidente. Con Karoui ancora in galera, senza la possibilità di confrontarsi con il rivale e senza alcun dibattito televisivo, la Tunisia si interroga circa il reale valore di un voto svolto in queste condizioni. Da qui anche il generale disinteresse per le elezioni legislative. Il rischio è che a scegliere il nuovo parlamento sia una percentuale di elettori ancor più bassa di quella, giù scarsa e sotto il 50%, registrata in occasione del primo turno delle presidenziali.

Per la Tunisia sono giorni cruciali, sono molti i dubbi ma vi è un’unica grande certezza: il futuro si deciderà nelle prossime due settimane. E, al termine del lungo tour de force elettorale, ad uscire sarà un paese certamente diverso da come lo conosciamo da otto anni a questa parte, non più diviso solo tra laici ed islamisti e, probabilmente, con un elettorato ancor più disilluso.

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