Una palestra, un ring, dei guantoni impolverati appesi pronti per essere usati con sullo sfondo immagini e fotografie di Mohamed Alì. Può sembrare una comune immagine di una comune palestra negli Usa, di quelle estrapolate dal film Million Dollar Baby. Invece sono scene di quotidianità nella Libia del grande caos. La boxe è uno sport sempre più popolare nel paese, tanti magazzini a Tripoli negli anni vengono trasformati in piccole palestre dove decine di ragazzi vengono tolti dalla strada. Per ogni guantone, corrisponde forse una mano in meno rimasta fuori a maneggiare un’arma per conto di una delle tante milizie che controllano la capitale libica. Un affare non solo sportivo, bensì anche sociale. 

Quando la boxe era proibita

Questo sport in Libia non appare praticato fino al 2012, forse in quell’anno è conosciuto da alcuni libici più anziani oppure da chi è stato all’estero. Nel paese è vietato. Dal 1979 la boxe subisce il giro di vite imposto dalla Jammahiriya, che considera questo sport come “barbaro” e pericoloso per la salute. Per cui niente palestre, niente ring e niente guantoni. In realtà Gheddafi, prima ancora che per la scarsa considerazione di questa disciplina, vieta la boxe per provare ad evitare contaminazioni culturali americane. I libici già impazziscono per il basket, uno sport molto amato. Ed il rais deve masticare amaro visto che la pallacanestro è made in Usa, ma i palasport sono comunque pieni e non c’è una grande società sportiva che non abbia impegni anche nel basket.

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Ma la boxe proprio, non può essere accettata. Ring e guantoni sono uno dei simboli non solo dello sport americano, ma anche del costume e delle usanze in voga oltreoceano. A Baghdad, quando i carri armati americani arrivano nel 2003 nel centro della capitale irachena, alcuni ragazzi che accolgono i soldati (non molti, per la verità) non hanno bandiere americane od immagini di Bush, bensì poster di Silvester Stallone nel ruolo di Rocky. Immagini che a Tripoli certamente Gheddafi non vorrebbe mai vedere, nemmeno in normali manifestazioni sportive giovanili. Ed è per questo che la boxe viene dunque messa al bando. 

Il boom della boxe

Finita l’era del rais, con la macabra esecuzione a Sirte, finisce anche l’era del divieto della boxe. Per fare calcio o basket, occorre avere stadi o palasport funzionanti. Elementi non sempre scontati sia in alcuni quartieri di Tripoli e sia in molte parti di un paese, quale la Libia, che sprofonda sempre più nel caos ed a malapena riesce a garantire ai suoi cittadini i servizi essenziali. Ma una palestra con un ring è certamente più facile da allestire. Ed è per questo che in ogni angolo del paese fioriscono molti luoghi dove praticare la boxe. 

Pomeriggi interi passati a fare sport, in compagnia di vicini del quartiere o di amici. Un modo, per molti giovani libici privati di tutto e quasi anche del futuro, di svagare e di distrarsi. Ma c’è anche chi vuole prendere ancor di più sul serio l’impegno con la boxe. In Libia esistono adesso molte vere e proprie società sportive che praticano questo sport, con gli atleti che sognano di partecipare a competizioni internazionali. Anche perchè la boxe è uno sport individuale, conta più il talento e la fame di vittorie prima ancora dei mezzi logistici che si hanno per allenarsi. Se è difficile per un calciatore libico arrivare a giocare la Coppa d’Africa od il mondiale, un giovane di Tripoli in futuro potrebbe anche sognare invece di ottenere un pass per Tokyo o per Parigi, le prossime due sedi olimpiche. Ma intanto si spolverano i guantoni e si allestiscono ring per pura e semplice passione. E per dimostrare che, dopo tutto, la Libia è ancora viva. 

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