Le elezioni in Libia sembrano prossime, anche se la data non è stata ancora fissata; parlare di consultazioni e di campagna elettorale, in un paese spacchettato e frammentato dove ogni presenza di Stato è delegata di fatto a piccole organizzazioni che hanno come unico riferimento la tribù di appartenenza o, peggio ancora, sigle islamiste legate alla jihad, appare alquanto imprudente se non addirittura fuori luogo. Ma nell’ex colonia italiana oramai sono diversi i protagonisti dell’attuale vita politica a parlare distintamente di elezioni; nei giorni scorsi lo ha fatto un autorevole esponente del governo di Tobruck, ossia l’esecutivo che ha nel generale Haftar il proprio braccio armato e che contende ad Al Serraj la rappresentatività del paese all’estero. A parlare, in particolar modo, è stato Aguila Saleh, a capo del parlamento di Tobruck, lo stesso che ha più volte negato la fiducia ad Al Serraj ed all’esecutivo voluto dall’ONU; secondo Saleh, saranno due i principali candidati: Haftar e Said Al Islam Gheddafi.

Le velleità del generale Haftar

Non è certo un segreto il fatto che il generale, riapparso nel suo paese dopo la caduta di Gheddafi, voglia prendere il comando dell’intera Libia dopo aver riunificato con il suo esercito gran parte della Cirenaica; di recente, Haftar ha ripreso interamente la città di Bengasi ed ha avviato le operazioni per riprendere Derna: i suoi successi militari potrebbero essere utilizzati dallo stesso generale, ufficialmente nominato dal parlamento di Tobruck come ‘maresciallo di Libia’, per mostrare ai suoi cittadini di essere l’unico a poter governare l’intero paese. Saleh, nel corso di un’intervista rilasciata al quotidiano libanese El Khabar, ha affermato che Haftar ha intenzione di candidarsi ed è nelle sue possibilità farlo ma ad una condizione: “Il generale deve togliersi la divisa – si legge nell’articolo – Si potrà candidare solo se lascerà l’esercito da lui guidato”.

Un maresciallo che ripone la divisa nel cassetto per vestire i panni più prettamente politici dunque, sarebbe questa la via maestra per portare Haftar alla guida della Libia o comunque alla candidatura ufficiale alle presidenziali; si tratterebbe dello stesso percorso effettuato da Al Sisi in Egitto nel 2014, il quale dopo il colpo di Stato del luglio del 2013 che ha rovesciato i Fratelli Musulmani, si è dimesso da capo dell’esercito per candidarsi alle elezioni che lo hanno poi incoronato quale nuovo presidente. Al Sisi è tra i principali sostenitori di Haftar, da Il Cairo sono spesso partiti soldi e munizioni per il generale della Cirenaica, visto dalla leadership egiziana come un interlocutore più affidabile rispetto agli altri attori impegnati nel campo libico; oltre all’Egitto, Haftar può contare sull’appoggio diretto degli Emirati Arabi Uniti mentre, anche se sono provate le relazioni con Mosca, dal Cremlino si è scelto un profilo basso sia sull’attuale possibilità di tenere elezioni e sia sull’appoggio diretto ad un preciso candidato. Certo è che Haftar sembra godere di un determinato appoggio internazionale, di sicuro molto più elevato di quello goduto dal suo ‘antagonista’ Al Serraj.

La candidatura del figlio di Gheddafi

Da mesi si parla del ritorno in Libia di un Gheddafi sulla scena politica; con un paese devastato da sette anni di totale crollo delle istituzioni e di guerra, i libici hanno alimentato le proprie simpatie verso quella ‘Repubblica delle Masse’ (Jamahiriya) che garantiva loro determinati standard di vita ed una stabilità che oggi appaiono come vere e proprie utopie. Saif al Islam Gheddafi, secondogenito del rais destituito nel 2011, era l’erede designato dal padre alla successione nella guida del paese: capacità diplomatiche e politiche, oltre che dialettiche, hanno fatto propendere il defunto Muhammar a vedere in Saif il suo erede. Dopo la cattura avvenuta poco dopo la morte del padre, il figlio del colonnello è stato condannato a morte in un primo momento, mentre in seguito è stato rilasciato dalle milizie della città di Zintan che lo avevano in consegna; oggi Saif Gheddafi vivrebbe in Cirenaica come libero cittadino, dunque con la possibilità di candidarsi.

“Noi abbiamo emanato una legge per la grazia – afferma Saleh nell’intervista sopra citata – ed abbiamo cancellato la legge sull’allontanamento dalla politica degli ex gerarchi, quindi ogni libico ha il diritto di candidarsi per il parlamento o per la presidenza”; con queste frasi, di fatto il presidente del parlamento di Tobruck ha dichiarato senza mezzi termini che Saif Gheddafi può candidarsi per le future elezioni presidenziali. Il secondogenito del colonnello non ha un grande appoggio internazionale, ma ha dalla sua in compenso una grande popolarità ed il sostegno di numerose tribù del paese; in tanti vedrebbero nella sua candidatura un elemento di stabilità e di ritorno ad un passato oggi più che mai lontano. La sfida, in tal senso, appare già aperta con Haftar: se per davvero la Libia può andare al voto, potrebbero essere loro due gli unici in grado di aspirare alla vittoria elettorale e quindi alla presidenza; ma, nel frattempo, i conti con la realtà sono molto più salati di quanto primari preparativi per le presidenziali potrebbero far pensare, tra violenze e scontri settari che ogni giorno sembrano far fallire sul nascere ogni tentativo di rinascita dello Stato libico.

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