Non sono pochi gli aspetti politici di rilievo che è possibile rintracciare all’indomani della visita di Luigi Di Maio a Tripoli. Il ministro degli Esteri è volato in Libia per una visita lampo nella giornata di mercoledì, riportando un rappresentante italiano nella capitale libica dopo diverse settimane di assenza. L’emergenza coronavirus da un lato, ma anche una più generale distrazione da parte del governo soprattutto da quando la Turchia ha preso il sopravvento tra i partner del premier libico Fayez Al Sarraj, hanno fatto allontanare il nostro Paese dal dossier libico. Il titolare della Farnesina ha quindi cercato di ridare un senso al ruolo dell’Italia in Libia, compito non semplice vista la situazione sul terreno.

Di Maio in visita soltanto a Tripoli

Questa volta il ministro degli Esteri è tornato presto dal Paese nordafricano: all’aeroporto di Ciampino già intorno alle 16:00 giornalisti ed addetti ai lavori erano pronti ad assistere alle fasi dell’atterraggio del suo volo. In altre occasioni, la visita di un rappresentante del governo italiano in Libia terminava nel tardo pomeriggio. Non è soltanto un dettaglio riguardante i piani di volo della Farnesina, ma una circostanza politica ben precisa: questa volta infatti Di Maio si è limitato a rimanere a Tripoli, senza andare invece in Cirenaica. In altre occasioni, come accaduto con il viaggio dello ministro nei mesi scorsi o di Giuseppe Conte nel dicembre 2018, dopo Tripoli l’aereo toccava anche Bengasi e Tobruck.

Qui si svolgevano gli incontri con il generale Khalifa Haftar e con i rappresentanti del governo e del parlamento stanziato nell’est della Libia. E non si trattava solo di mera cortesia: il fatto di parlare nello stesso giorno con Fayez Al Sarraj e con i vertici dell’Lna e del parlamento di Tobruck simboleggiava tra le altre cose un’Italia in grado di dialogare con tutti. Come mai adesso ci si è limitati soltanto a Tripoli? La domanda tra gli analisti sorge spontanea e la risposta potrebbe essere ricercata forse nella volontà italiana di parlare unicamente con il governo di Al Sarraj.

Roma prova la rimonta su Ankara

Anche perché è qui che si concentrano i principali interessi italiani, sia a livello politico che economico ed energetico. Ed il nostro Paese a Tripoli rischia grosso: il principale alleato di Al Sarraj è oramai Erdogan, che da dicembre ha iniziato ad inviare armi, uomini e mezzi a sostegno del premier libico. Di Maio forse voleva dare un segnale al governo stanziato nella capitale libica: l’Italia riconosce in primo luogo soltanto questo esecutivo. Un modo per provare a mostrarsi come principali partner e principali sostenitori. E non è un caso che sul piatto del bilaterale c’erano due dei principali argomenti volti a rinforzare l’asse Roma – Tripoli: lo sminamento della periferia della capitale e la ricostruzione dell’aeroporto. Due occasioni importanti per l’Italia, sia a livello politico che di immagine. L’invio di squadre specializzate alla rimozione delle mine in una vasta area di Tripoli, potrebbe restituire ai libici l’idea di un’Italia tornata ad essere operativa nel dossier. Non solo: da questa circostanza Roma spera di ricevere una rinnovata considerazione dal governo di Al Sarraj.

Il capitolo aeroporto è altrettanto importante. La struttura è stata distrutta nel 2014 a seguito dei combattimenti tra le milizie di Zintan e la brigata Al Sumud di Salah Badi. Nel 2019 un consorzio italiano si è aggiudicato la realizzazione del progetto per il recupero dello scalo e la sua rinnovata funzionalità. I combattimenti per la presa di Tripoli avviati da Haftar nell’aprile 2019 hanno poi interrotto ogni possibilità di continuazione dei lavori. Oggi l’area è stata ripresa dalle milizie e dalle fazioni vicine al governo di Al Sarraj, il quale vorrebbe vedere dagli italiani la riapertura dei cantieri. Segnali importanti quindi, ma allo stesso tempo non interpretabili come un riavvicinamento decisivo tra Roma e Tripoli. Senza dubbio l’esecutivo di Al Sarraj ha dato il benvenuto a Di Maio ed è disposto a riprendere il filo del discorso, ma da un’altra prospettiva e cioè quella di un’Italia alleata secondaria rispetto alla Turchia.

L’impressione è che i libici abbiano delegato al nostro Paese la possibilità di ricostruzione di Tripoli, confidando sulle nostre capacità e sulla nostra conoscenza del territorio. Ma l’aspetto militare e politico è saldamente in mano alla Turchia, la quale oramai si avvia ad essere vero attore decisivo in Tripolitania. Almeno per il momento.

Capitolo immigrazione

C’è poi la questione relativa ai migranti e, in particolare, al memorandum firmato tra i due Paesi nel 2017 e rinnovato pochi mesi fa. L’Italia, come si sa, a febbraio ha chiesto ufficialmente delle modifiche al documento in special modo nella sezione che riguarda il rispetto dei diritti umani. Quanto le autorità di Tripoli mercoledì si sono presentate con le proprie proposte, la nostra diplomazia è rimasta spiazzata. Nessuno si aspettava questa repentina evoluzione. E se dalla Farnesina si fa notare che questa circostanza può essere considerata “un passo in avanti” da parte dei partner libici, è anche vero che ancora i contenuti delle proposte sono in fase di studio. Quanto presentato dal governo libico non è ben chiaro, novità in tal senso arriveranno soltanto il prossimo 2 luglio quando dovrebbe avviarsi un apposito comitato tecnico misto.

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