Si torna indietro, si ritorna in particolare alla situazione vigente a Chisinau fino allo scorso 7 giugno: tutte le decisioni da allora prese dalla Corte Costituzionale, le quali per giorni sembrano sconvolgere l’intero quadro politico della Moldavia, sono annullate. Si ritorna quindi allo status quo, che per la verità appare il più importante cambiamento nella politica moldava degli ultimi anni: viene infatti insediato nuovamente il governo di Maia Sandu, la cui nomina da parte del presidente Igor Dodon è messa nel mirino della Corte a poche ore dall’insediamento, e che vede per la prima volta un’alleanza tra filo russi e filo occidentali.

Il passo indietro della Corte Costituzionale

Come detto, tutto nasce dalla nomina del nuovo governo: secondo i giudici costituzionali, si tratta di un esecutivo nato fuori tempo massimo rispetto alle elezioni legislative, svoltesi a febbraio e con risultati che non consegnano a nessun partito la maggioranza assoluta, e dunque incostituzionale. I giudici quindi vanno ad annullare il decreto di nomina, ma si spingono anche oltre: Dodon viene destituito dalle sue funzioni, al suo posto si insedia il premier uscente Pavel Filip il quale scioglie subito il parlamento e fissa nuove elezioni a settembre.

Adesso tutte queste decisioni sono annullate: “La Corte costituzionale della Moldavia – si legge in un comunicato di Mihai Poalelungi, presidente della Consulta di Chisinau – ha deciso di rivedere e annullare le sue decisioni prese tra il 7 giugno e il 9 giugno”. Un totale passo indietro, che installa nuovamente Dodon alla presidenza e che rende legittima la nomina del nuovo governo di Sandu. Anche perchè nel frattempo si assiste ad un’altra marcia indietro, quella cioè di Filip: “Lascio a Sandu, con la speranza che ben presto i moldavi possano tornare a dire la propria alle elezioni – commenta l’oramai ex premier – Mi auguro per il paese che Sandu faccia più di quanto ho fatto io”. Il nuovo esecutivo è quindi in carica: come detto, si tratta di un’inedita alleanza composta dai socialisti filo russi e dalla coalizione filo occidentale. Per la prima volta dopo tanti anni inoltre, il Partito Democratico dell’uscente Filip e del discusso oligarca Vlad Plahotniuc, va all’opposizione. Del resto, l’accordo tra i due partiti del nuovo governo viene trovato proprio sulla base della comune volontà di scalzare dal potere Plahotniuc.

Quella strana alleanza internazionale a sostegno del governo Sandu

Se Filip afferma che, alla base del suo passo indietro, vi è la pressione ricevuta dai vari organismi statali impauriti per una possibile destabilizzazione della Moldavia, la Corte Costituzionale dal canto suo rivede le sue decisioni per via della presa d’atto del trasferimento dei poteri dal governo di Filip a quello di Sandu, in realtà dietro vi sono non poche pressioni internazionali. Del resto il timore che quello della Corte venisse percepito come un vero e proprio golpe, spinge le cancellerie europee a riconoscere solo il governo di Maia Sandu. Questa volta l’alleanza a favore del nuovo esecutivo è trasversale: Russia e gran parte dei paesi europei, così come gli Usa, si trovano stranamente lungo la stessa lunghezza d’onda. Da più parti si chiede alle istituzioni moldave di evitare strappi e di rispettare il volere democratico: tradotto, vuol dire che sia a Mosca che a Washington, così come a Bruxelles, si riconosce solo l’esecutivo nato dagli accordi dei partiti che siedono nel parlamento eletto a febbraio.

Niente stravolgimenti dunque e niente elezioni anticipate. Secondo il presidente Dodon, quello della Corte Costituzionale è “un disperato tentativo di far conservare il potere al Partito Democratico”, alludendo alla presunta vicinanza tra i giudici della Corte e l’oligarca  Vlad Plahotniuc. Lo stallo adesso sembra sbloccato: per diversi giorni in tanti, soprattutto all’estero, temono una destabilizzazione della Moldavia. 

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