Il partito per la Giustizia e lo Sviluppo (Akp) il venerdì della settimana passata ha presentato una proposta di legge per vietare l’utilizzo della definizione “Kurdistan” da parte dei legislatori durante le sessioni parlamentari. Nella proposta redatta dai funzionari dei due partiti più forti, quello di Erdogan (Akp) e il Partito del Movimento Nazionalista (Mhp), si legge che qualunque parlamentare pronunci frasi come “le province del Kurdistan” o “la capitale del Kurdistan” (per riferirsi a Erbil ndr) verrà sanzionato con pesanti multe. Sarà vietato anche l’utilizzo della parola “Amed”, antico nome usato ancora oggi dalla minoranza per indicare la città curda di Diyarbakir.

Le testate curde hanno confermato ufficialmente l’entrata in vigore della legge martedì 4 luglio, dopo che i due partiti turchi che rappresentano la maggioranza hanno raggiunto un accordo su tutti i 13 articoli presenti nella proposta di legge. Oltre a ricevere una multa, chiunque pronuncerà la parola “Kurdistan” o le altre definizioni sopracitate potrà essere espulso dal Parlamento. Stessa sorte toccherà a chi parlerà di “genocidio” riferendosi allo sterminio degli armeni del 1915 e a chiunque parlerà di “massacro” da parte dei turchi a danno dei curdi.

Non è certo la prima volta che il regime del Sultano Erdogan adotta questo tipo di misure. In Turchia, come anche in Germania e altri accondiscendenti paesi europei, sono già stati vietati in passato diversi simboli curdi; all’interno dei confini turchi sono innumerevoli i casi di arresti nei confronti di chiunque abbia mostrato le bandiere della minoranza, che secondo Ankara devono essere considerate come parte dell’iconografia dei “gruppi terroristici curdi.” Sono stati arrestati anche i cittadini che indossavano magliette raffiguranti la bandiera del Kurdistan o semplicemente i suoi colori.

Sul sito del Ministero degli Esteri turco, così come sul sito dell’agenzia stampa Anadolu, la Regione autonoma curda viene chiamata “amministrazione regionale curda dell’Iraq”, nel tentativo di legittimare il meno possibile l’autorità della minoranza sul territorio. Nonostante gli ottimi rapporti con Massud Barzani, Erdogan tenta di bilanciare l’irredentismo curdo, che il 25 settembre potrebbe raggiungere il suo apice con il referendum per l’indipendenza indetto dallo stesso Barzani. Il leader turco non è però preoccupato dell’eventualità di un Kurdistan iracheno indipendente in quanto tale, ma dagli effetti che potrebbe provocare sia “dentro casa”, dove la guerra con il Pkk continua senza pietà e senza sosta, sia in Siria, dove le milizie Ypg hanno ormai consolidato la loro autorità – grazie anche all’aiuto degli Usa – nel nord del paese e quindi proprio al confine con la Turchia.

Il timore di Erdogan non è tanto che, in futuro, si possa costituire un macro-stato curdo ufficialmente riconosciuto a livello internazionale, scenario che ha poche probabilità di concretizzarsi date le profonde differenze tra curdi siriani, turchi e iracheni; piuttosto i sentimenti che potrebbero sorgere nei cuori dei curdi che vivono in Turchia. Non ci sono stime ufficiali, poiché il governo turco ha sempre evitato di diffondere i dati del censimento sulla minoranza, ma approssimativamente i curdi rappresentano il 19% dell’intera popolazione turca. Un numero che potenzialmente va tra i 15 e i 25milioni di abitanti. Recep Tayyp Erdogan sa che non può sottovalutare questi numeri in una situazione dove i curdi-siriani e i curdi-iracheni sono sempre più vicini a un passo in avanti storico nel percorso verso la legittimazione della loro autorità in Medio Oriente. Il rischio che i curdi residenti in turchia possano galvanizzarsi per i successi dei loro cugini e creare ulteriori disordini all’interno dei confini turchi è troppo alto.

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