Laicità dello Stato ed usanze tradizionali e religiose: sono due elementi che, da quando è stata creata nel 1923, nella Repubblica di Turchia hanno da sempre suscitato discussioni e dibattiti. Sin dalla sua nascita la giovane repubblica ha attuato leggi per separare nettamente la sfera civile da quella religiosa. Una delle norme che da subito hanno fatto discutere i turchi, fino a tempi recentissimi, è il divieto per le donne di indossare il velo in ambienti pubblici. Scuole, uffici, luoghi di lavoro, in tutti gli spazi pubblici che non siano moschee il volto ed i capelli della donna, secondo quella legge, devono essere sempre visibili. Dal 2008 non è più così, ma il caso è tornato nei giorni scorsi alla ribalta a seguito di una sentenza della corte costituzionale. 

Il caso di Sara Akgul 

Istanbul e l’intera Turchia sono tornati nuovamente a sentir pronunciare il nome di Sara Akgul, suo malgrado protagonista di una vicenda che ha fatto dibattere per diversi anni l’opinione pubblica del paese. Sara nel 2005 è studentessa di scienze dell’educazione presso l’Università Bogazici di Istanbul quando, ad un certo punto, la strada verso la laurea le è stata sbarrata. Non una metafora, la giovane studentessa un giorno in facoltà si ritrova agenti in tenuta antisommossa all’ingresso che le vietano di entrare. Il motivo risiede nel fatto velo che la ragazza indossava. Il velo, che copriva soltanto i capelli, come ben si sa è uno dei tratti più peculiari dell’abbigliamento di una donna musulmana: in alcuni paesi a maggioranza islamica è obbligatorio, in altri è facoltativo. In Turchia, fino a quel momento, vige invece il divieto assoluto di indossarlo in luoghi pubblici. Una norma che, nel momento della nascita della Repubblica, è stata concepita per testimoniare la netta divisione tra sfera statale e sfera religiosa. Un pilastro dello Stato laico turco dunque, ma la legge nel corso degli anni ha iniziato ad essere ritenuta come un vero e proprio eccesso in opposizione al rispetto del principio stesso della laicità. 

L’Akp di Erdogan, al potere dal 2002, è un partito conservatore che, a dispetto di gran parte delle formazioni di governo precedenti, è retto da un’ideologia filo islamica e fautrice di un ordinamento in grado di accogliere maggiormente le norme di ispirazione religiosa. Non a caso la Turchia di Erdogan è tra le principali fonti di finanziamento della Fratellanza Musulmana, il cosiddetto “islam politico”. Già dal suo insediamento al potere, l’Akp ha iniziato a parlare di superamento del divieto per la donna di portare il velo nei luoghi pubblici. Secondo i detrattori della legge, la donna deve essere lasciata libera in ogni caso: sia quando vuole che quando non vuole portare il velo. Quando il caso di Sara Akgul ha toccato la sfera mediatica, l’Akp l’ha subito presentato come l’emblema dell’ingiustizia causata da una rigida interpretazione della norma. 

Sara Akgul infatti, non ha potuto completare gli studi proprio perchè si è rifiutata di togliersi il velo. Oltre a questo, la ragazza è stata costretta ad un rapido procedimento disciplinare culminato con la sua espulsione dall’università e con la restituzione della borsa di studio precedentemente ottenuta. Anche sulla scia del caso Akgul, il governo dell’Akp ha quindi posto in essere una riforma della norma sul velo. Nel 2008 il divieto di indossarlo è definitivamente caduto. La ragazza, per tal motivo, nel 2009 si è nuovamente iscritta all’università e si è quindi laureata nel 2012.

La sentenza della Corte costituzionale turca

Il caso è tornato alla ribalta, come detto, a seguito di una sentenza della corte costituzionale di Ankara. La ragazza infatti, anche dopo essere tornata all’università, ha comunque chiesto l’indennizzo per l’interruzione dei suoi studi e per il ritardo con il quale ha potuto completare la propria carriera accademica. Dopo una prima sentenza nel 2014, adesso è arrivata la parola fine sul caso: Sara Akgul, secondo i giudici, è stata ingiustamente privata del suo diritto allo studio e dunque deve essere risarcita. Oltre alla consegna dei soldi della borsa di studio che nel 2005 è stata costretta a restituire, la corte le ha riconosciuto un indennizzo di ventimila Lire turche (3.500 Euro circa) per la brusca interruzione degli studi.

La norma voluta da Erdogan nel 2008 ne è dunque uscita rafforzata. La giurisprudenza turca adesso, oltre ad allinearsi alla legge votata dieci anni fa, ha riconosciuto di fatto come l’interruzione della carriera universitaria ha leso sia diritti di studio che diritti di espressione religiosa. L’Akp ovviamente esulta: la definitiva chiusura del caso Akgul, che andava avanti da tredici anni, sembra dare maggiore respiro politico alle riforme del partito. Il velo in Turchia è sempre stato un tabù, ma sempre in maniera diversa rispetto alla gran parte dei paesi musulmani. Se infatti in molti Stati le donne combattono per avere la libertà di toglierlo oppure, quanto meno, di indossare un indumento per il capo meno invasivo, in Turchia era tabù invece indossarlo pubblicamente. Non solo la giurisprudenza, ma anche la stessa società turca potrebbero subire importanti novità da questa sentenza. 

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