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Giuseppe Conte ha iniziato la sua carriera da avvocato del popolo, come leader sovranista/populista con Movimento 5 Stelle e Lega. Poi ha cambiato idea e dopo un primo giro di boa di un anno, quello che doveva essere il governo del cambiamento gialloverde è diventato il governo della retromarcia giallorossa. Da incendiario a pompiere il passo è stato più breve del previsto. E Conte ha cambiato pelle con un’operazione camaleontica che ha avuto pochi precedenti nella storia repubblicana. Specialmente sul fronte dei rapporti con l’Europa.

Già, l’Europa. Quel sistema che Conte, insieme a Lega e Cinque Stelle, doveva provare quantomeno a sfidare e che invece adesso sembra essere diventato il suo unico vero pilastro. L’unica meta dopo un vano tentativo di un anno di coordinare le due forze più critiche verso l’Unione europea a trazione franco-tedesca. E il segnale più chiaro l’ha dato lo stesso premier quando decise di dare l’ok, insieme al Movimento, al nome di Ursula von der Leyen come guida della Commissione europea. Il segnale è risuonato come un corno di battaglia: Conte chiamava la carica europeista e i suoi fedelissimi rispondevano correndo verso i lidi di Bruxelles. E a tutti apparve chiaro che la “ferita” tra Italia e Unione europea si stesse risanando grazie al primo grande inchino del premier all’Europa franco-tedesca.

Primo di una lunga serie. E soprattutto non privo di colpi di scena. Perché quella concessione su Von der Leyen è stata la prima vera prova di fedeltà di Conte al progetto europeo marcato Parigi, Berlino e Bruxelles. Dopo quello è arrivato infatti il pieno distacco dalla linea sovranista, con quel discorso al Senato contro Matteo Salvini che ha rappresentato il momento in cui Conte ha scelto una’altra linea, opponendosi non solo a Salvini ma soprattutto a quell’ondata di protesta contro l’Europa trainata dal motore franco-tedesco. Quell’onda che lo stesso premier aveva percepito e temeva ben prima della crisi estiva, quando fu colto in flagrante a parlare con Angela Merkel dei rischi di una crescita del polo sovranista. Il secondo gesto di fedeltà, quello che serviva a far capire all’Ue di potersi fidare. Gesto necessario per arrivare poi all’accordo con la forza più legata a questo modello di Unione europea: il Partito democratico. E quel debole asse che oggi governa l’Italia e che è diventato la garanzia per Bruxelles di avere Roma tra le sue pedine è stato poi proprio certificato dalla continuità di Conte, che da uno a bis è riuscito perfettamente a calarsi nella parte di avvocato di interessi ben diversi da quelli del solo popolo italiano.

Da lì, un crescendo rossiniano. Il nuovo Conte ha fatto capire con assoluta fermezza di avere tra i suoi punti programmatici l’Europa. E come tutti quelli che cambiano idea, per farsi approvare dal nuovo club europeista ha fatto di tutto per evitare sospetti di fedeltà alla vecchia causa. Le trattative sul Mes, andate avanti già quando stava per concludersi il precedente governo gialloverde, hanno rappresentato la base per avere il consenso sul piano economico e finanziario. Poi è arrivata la manovra, su cui il vice presidente della Commissione europea Valdis Dombrovskis aveva dato luce verde pur con alcuni importanti avvertimenti.

Nel frattempo, esulando dal contesto finanziario, ora dominante nelle cronache, il premier folgorato sulla via dell’europeismo ha fatto altro. La vicinanza con Donald Trump e le aperture verso il Cremlino? Sempre più tiepide. Al tweet del presidente Usa in suo favore è seguito un primo “pagamento” con golden power e Spygate, ma nel frattempo è calata una certa freddezza nei rapporti con Washington così come dei piani centrifughi che includevano Brexit e ostacoli alla Cina. Per quanto riguarda la Russia, invece, la giravolta di Conte è stata ancora più netta: nessuna protesta contro le sanzioni, attacco durissimo sulle presunte ingerenze di Mosca nelle elezioni, utilizzo del Russiagate per colpire Salvini.

Dalla diplomazia alla difesa, il passo è breve. E allora è arrivato un altro tassello, da molti sottovalutato, ma estremamente importante. L’Italia, con il ministro della Difesa Lorenzo Guerini, ha accettato di entrare a far parte della forza d’intervento europea volta dalla Francia. Non un gesto casuale: il governo giallo-verde aveva negato a Emmanuel Macron il placet italiano proprio perché non voleva far parte di un sistema di Difesa europeo agli ordini di Parigi. C’è già il progetto Pesco, c’è già (soprattutto) la Nato. Perché far parte di una forza che rappresenta il sogno francese?

Una domanda lecita che aveva giustamente fermato il primo Conte. Ma non il secondo, molto più attento a compiacere l’Europa che a pensare strategicamente all’interesse nazionale. Più convinto dalla coalizione Ursula e dalle sirene di Macron e Angela Merkel che dalla sfida all’Ue e da quel popolo di cui doveva essere difensore d’ufficio, il premier ha scelto l’Europa. Ha pagato il tributo. Continua a pagarlo. E il Mes, ultimo “lascito” della sua trasformazione, potrebbe essere l’ennesimo salasso chiesto all’Italia dall’Europa Minosse: che reclama sovranità per il suo Minotauro.

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