Politica /

In India tiene sempre più banco la questione Dalit. La casta degli “intoccabili” negli ultimi mesi ha iniziato ad alzare la testa e a ribellarsi contro le condizioni inumane di lavoro o i trattamenti che sono quotidianamente costretti a subire. L’opinione pubblica indiana sta lentamente cambiando idea sulla questione, anche se permangono numerose sacche di resistenza legate ai movimenti hindu più estremisti, immenso bacino di voti per il partito nazionalista del premier Narendra Modi. L’ascesa del Bjp ha coinciso con la disintegrazione dei partiti social-democratici. I Dalit si sono dunque riscoperti l’unico argine in grado di fermare l’avanzata dei radicali hindu e della loro dottrina conservatrice e discriminante.

Da milleni gli “impuri” vengono evitati, insultati, banditi dai templi e dalle case delle caste superiori. Nei locali pubblici sono obbligati ad usare stoviglie differenti per non contaminare gli altri avventori. In alcuni villaggi devono portare dei campanelli, come i lebbrosi, per avvisare del loro arrivo. Sono passati pochi anni dall’ultimo caso in cui un Dalit è stato percosso perché la sua ombra aveva sfiorato una persona di casta superiore.

A difesa dei Dalit sono sorte numerose associazioni fondate spesso da giovani figli di Dalit che sono riusciti con fatica ad emanciparsi e che ora lavorano per la “liberazione” di tutti coloro che appartengono alle caste più basse e discriminate.

La Safai Karmachari Andolan (Movimento dei lavoratori delle fognature) dagli anni ’90 si occupa della tutela dei diritti dei fognaioli. In molti dei distretti dell’India esistono ancora persone costrette a lavorare nelle fogne per una paga misera, senza alcuna protezione, scavando a mani nude tra escrementi e sporcizia, inalando gas tossici che spesso portano i lavoratori alla morte.

Negli ultimi tre anni l’organizzazione ha stilato un rapporto registrando ogni singolo decesso negli ultimi trent’anni legato a questo lavoro disumano. Una serie di dati raccapriccianti che le autorità statali fanno finta di non prendere in considerazione.

Si stima che ancora oggi centinaia di migliaia di indiani si guadagnino da vivere come fognaioli, svuotando  con le mani i bagni senza fognature o pulendo fosse biologiche e fognarie senza protezione. La maggior parte di essi appartengono a una singola comunità: la casta Valmiki, considerata la parte inferiore del complesso sistema castale su cui si regge il subcontinente indiano. Nel solo 2017 oltre 300 persone sono morte durante il lavoro, incluse sette nei primi sette giorni del 2018. “Questo è il lavoro più pericoloso”, afferma Bezwada Wilson, leader di Safai Karmachari Andolan, i cui genitori erano fognaioli. “È il lavoro più indegno, una pratica disumana e barbara. È peggio della schiavitù”. Dal 1993 la sua associazione ha calcolato più di 1500 morti tra coloro che si occupano della pulizia delle fogne.  

Per scongiurare la moria di netturbini, i governi indiani hanno approvato negli ultimi anni numerosi decreti legislativi vietando a livello statale questo tipo di mansione. Il problema però permane: ad assumere i nuovi fognaioli ci penseranno appaltatori e cooperative private ​​assunti dal governo municipale. Il ministero dei Trasporti è comunemente considerato il principale datore di lavoro dei netturbini, impiegando centinaia di Dalit per eliminare escrementi e spazzatura dai treni e dalle stazioni ferroviarie. Si lavora 12 ore per una paga che non supera mai i 5 dollari al giorno, frugando nei liquami senza indumenti protettivi, senza guanti né stivali, col rischio di trovare animali morti o di ferirsi calpestando vetri rotti.

Il premier Narendra Modi ha promesso di migliorare le condizioni di lavoro dei Dalit grazie all’utilizzo di macchinari di ultima generazione. Automatizzando il lavoro però verrebbero a diminuire le possibilità di un impiego per una mansione che interessa migliaia di indiani. Il salario di 5 dollari al giorno è qualcosa a cui un Dalit farebbe fatica a rinunciare.

Spesso i Dalit sono costretti a compiere questo genere di lavoro per pura fame. È impossibile infatti per loro rompere il muro di discriminazione che li tiene ancorati al livello più basso della scala sociale. Le uniche mansioni che le caste più alte permettono loro di svolgere sono quelle legate alla morte e alla sporcizia. Per questa ragione le ditte di pompe funebri sono gestite interamente dai Dalit che si occupano della cremazione dei cadaveri e della dispersione delle ceneri. Lo stesso vale per i musulmani, anch’essi trattati come cittadini di serie b e dediti alla macellazione delle carni e alla conciatura delle pelli.

Solo pochi fortunati riescono a conoscere un’esistenza diversa da quella che il destino ha già fissato per loro fin dal primo vagito. L’antica dottrina prevale sulla legge moderna. Ufficialmente la costituzione indiana ha abolito ogni forma di discriminazione castale e ha dichiarato ogni uomo uguale davanti alla legge, ma nella pratica è la millenaria tradizione induista a dettare legge, e spesso sono proprio i Dalit a non  voler desiderare una vita diversa: uscire dalla condizione di “impurità” significherebbe sovvertire la legge del karma.  

Questo è il paradosso dell’India: nelle stesse città in si progettano satelliti per telecomunicazioni e si mandano razzi nello spazio, ci sono uomini costretti dal destino a lavorare nelle fogne fino alla morte.

Dacci ancora un minuto del tuo tempo!

Se l’articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l’avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se non ci fosse InsideOver, quante guerre dimenticate dai media rimarrebbero tali? Quante riflessioni sul mondo che ti circonda non potresti fare? Lavoriamo tutti i giorni per fornirti reportage e approfondimenti di qualità in maniera totalmente gratuita. Ma il tipo di giornalismo che facciamo è tutt’altro che “a buon mercato”. Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.