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Quattro agenti della polizia indiana sono stati uccisi mercoledì (24 gennaio) nello stato nordorientale di Chhattisgarh nel corso di un lungo e violento scontro a fuoco con un commando di guerriglieri maoisti. Nel corso della battaglia durata diverse ore sono rimasti uccisi anche due civili. Lo ha riferito l’agenzia di stampa Indian Express secondo la quale la battaglia è avvenuta al confine con l’impenetrabile foresta di Abujhmad,  vera e propria roccaforte dei ribelli. Pur non essendo mai stata ufficialmente dichiarata conclusa Era da qualche tempo che la ribellione maoista non faceva parlare di sé e in molti pensavano che nessuno dei ribelli osasse più uscire dalle immense foreste dell’India centrale. L’ultima vera azione di guerriglia risale al 2010, quando un commando di guerriglieri tese un imboscata ad un convoglio di militari uccidendone ben 76. 

I Maoisti del Communist Party of India (CPI) sono noti anche col nome di Naxaliti, termine che deriva dal villaggio di Naxalbari situato nel Bengala Occidentale in cui nel 1967 divampò una violenta rivolta contadina. per opporsi allo sfruttamento subito da parte dei proprietari terrieri e delle autorità, e per liberarsi dal giogo del sistema feudale esistente, eredità del modello coloniale inglese, diffuso ancora oggi nell’India rurale. 150 contadini armati di archi e frecce, attaccarono i latifondisti e presero possesso delle fattorie e dei campi per alcuni mesi prima di deporre le armi di fronte alla violenta risposta dell’esercito regolare indiano.  Una rivolta dallo scarso valore pratico ma che è rimasta simbolicamente impressa nella mitologia di quelle migliaia di diseredati che affollano le campagne e le metropoli dell’India. Pochi anni dopo infatti un attivista comunista, Charu Majumdar, diede vita al Comitato di Coordinamento dei Comunisti di tutta l’India (AICCCR). Di ispirazione dichiaratamente maoista, l’intento di Majumdar era quello di dare vita ad una sollevazione in tutto il Paese a partire dalle campagne. Coscienti della complessità del territorio indiano i maoisti si appoggiarono spesso a realtà tribali pre induiste (gli adivasi) e agli “intoccabili” dalit che già da tempo contestavano apertamente il sistema castale hindu. In breve tempo il movimento cominciò a sfaldarsi, dilaniato da lotte intestine tra i filo-sovietici e i filo-cinesi, ma questa spaccatura non impedirà a numerosi giovani di intraprendere la via della lotta armata. Negli anni 70’ le università di Calcutta vennero contagiate dal fascino dei discorsi di Majumdar e moltissimi studenti entrarono così in clandestinità, fuggendo dalle grandi città industriali per nascondersi nelle foreste e nelle campagne. Qui i rivoluzionari sostituirono il governo ufficiale, organizzando un sistema di gestione del territorio, di giustizia e di riscossione dei tributi che in alcune regioni vige anche oggi. Andra Pradesh, Chhattisgarh, West Bengala, Bihar, fino all’Orissa e al Karnataka: tutti stati che furono e sono fino ad oggi teatro delle operazioni Naxalite. Il cosiddetto “corridoio rosso”. Tra la fine degli anni sessanta  e l’inizio degli anni settanta l’India intera fu scossa da un’ondata di attentati e omicidi contro poliziotti, avversari politici e latifondisti. La risposta del governo indiano fu dura e violenta, nel 1971 Indira Ghandi ordinò un rastrellamento di tutti gli stati interessati dalla guerriglia maoista decimando il movimento. Lo stesso Majumdar fu arrestato nel 1972. Morì in carcere qualche giorno dopo, stremato dalle violenze e dalle torture.

La ribellione sembrò essersi placata con pochi maoisti asserragliati in zone remote del paese da dove non potevano nuocere. Nel 2004 però le circa 40 sigle che componevano la galassia maoista (disgregatasi nel corso dei decenni), si riunirono dando vita al CPI e alla sua costola armata: il People’s Liberation Army.

Secondo l’intelligence di Delhi i guerriglieri operativi nel “corridoio rosso” sono oggi circa diecimila e controllano 58 distretti sui 612 che compongono l’immenso territorio indiano.L’obiettivo del nuovo leader maoista Muppala Lakshman Rao detto Ganapathi è quello sottrarre sempre più territori al controllo statale per riorganizzarle in una nuova entità statale rivoluzionaria. La loro crescente influenza spinse l’ex premier Manmohan Singh a dichiararli, non senza ragioni: “la minaccia interna più grave per la sicurezza indiana”. 

Da allora si sono susseguite una serie di azioni spettacolari per ottenere sempre più visibilità a livello nazionale. Attacchi a prigioni statali per liberare compagni detenuti, assalti a treni, agguati e imboscate ma anche manifestazioni che hanno bloccato intere città. Così i Naxaliti hanno lentamente riguadagnato la notorietà perduta e infuso nuovo terrore nei giovani soldati indiani che hanno l’ingrato compito di pattugliare le zone vicino alle foreste. Da qui infatti escono i “fantasmi rossi della notte” come li chiamano i locali, per colpire e uccidere i loro avversari. Nel tentativo di arginare i maoisti il governo indiano ha istituito la milizia dei Salwa Judum (“cacciatori della purificazione”) costituita da giovani (spesso bambini) appartenenti a tribù locali indottrinati all’induismo più estremista. La milizia accusata di ripetute violazioni dei diritti umani è stata dichiarata incostituzionale nel 2013 ma continua comunque ad operare in alcune zone del Paese.

L’enorme crescita economica e industriale dell’India non ha fatto che acuire il divario tra città e campagne. In questa profonda spaccatura tra mondo operaio e mondo rurale si sono inseriti i Naxaliti. Nel Nono Congresso del partito, i maoisti hanno deciso di concentrare la loro lotta nelle SEZ (Special Economic Zones), aree speciali in cui il governo indiano, in particolare quello del BJP di Modi, concede vantaggi e agevolazioni fiscali allo scopo di costruire nuovi giganteschi impianti industriali. Vicino a Calcutta le baraccopoli e i villaggi dei contadini sono stati letteralmente distrutti per lasciare spazio a nuovi quartieri residenziali per la ricca borghesia indiana e straniera. Il disboscamento intensivo, l’esproprio di terre e i paesaggi sventrati per lasciare posto a miniere di diamanti e industrie siderurgiche hanno portato le popolazioni locali ad abbracciare le armi e ad unirsi ai maoisti. 

Con l’attentato di Mercoledì scorso i guerriglieri hanno lanciato un chiaro messaggio a Modi e al suo governo (definito “hindu-fascista”). Asserragliati nell’inespugnabile foresta di Abujhmad i “fantasmi rossi” continuano a mietere vittime e la strada verso una pacificazione sembra davvero lontana.

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