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Durante la sua testimonianza alla commissione giustizia della Camera, il Procuratore speciale sul Russiagate Robert Mueller, spiegò come “nel corso della mia carriera, ho visto diversi attacchi alla nostra democrazia. Lo sforzo del governo russo per interferire nelle nostre elezioni è tra i più gravi”. E ancora: “La nostra indagine ha evidenziato che il governo russo ha interferito nelle nostre elezioni in maniera ampia sistematica”. L’operazione a favore di Donald Trump e contro Hillary Clinton da parte della Russia sarebbe stata condotta attraverso la fabbrica di troll con sede a S.Pietroburgo, l’Internet Research Agency (Ira).

Ora un nuovo studio ridimensiona fortemente la teoria dell’ingerenza russa via social nelle elezioni americane del 2016 e in generale nella politica Usa, facendo chiarezza sul ruolo e sulla reale influenza dell’Internet Research Agency. Lo studio, redatto da ricercatori americani e danesi, osserva che “non ci sono prove che l’interazione con gli account dell’Internet Research Agency abbia sostanzialmente influenzato gli atteggiamenti e i comportamenti politici” nel mese preso in esame. I troll russi, infatti, “potrebbero non essere riusciti a seminare discordia” poiché “interagivano principalmente con quelli che erano già altamente polarizzati”.

A differenza della narrazione mainstream sul tema, i ricercatori Christopher A. BailacBrian Guaya, Emily Maloneya,b,2, Aidan Combsa, Sunshine Hillygusa, Friedolin Merhouta,e, Deen Freelon e Alexander Volfovskya, sottolineano che “il pubblico americano non è facilmente manipolabile dalla propaganda”. In buona sostanza, i ricercatori non dicono che le campagne di disinformazione non esistano: tuttavia, la loro reale influenza sulle persone è minore rispetto a quanto si creda.

La ricerca che smonta l’ingerenza russa nella politica Usa

In base alle ricerche effettuate, gli studiosi spiegano di non essere “stati in grado di determinare sistematicamente se i troll dell’Ira” abbiano “influenzato gli atteggiamenti o il comportamento del pubblico durante le elezioni presidenziali del 2016”, che è “ampiamente considerato come un momento critico per campagne di disinformazione”. Tuttavia, come spiegano nello studio, “i messaggi” di propaganda politica “tendono ad avere effetti minimi” perché “gli individui che hanno maggiori probabilità di essere esposti a messaggi persuasivi” da questo punto di vista “sono anche quelli che sono più trincerati nelle loro opinioni”. In buona sostanza, i sedicenti troll russi non riescono a cambiare le opinioni politiche perché hanno a che fare con persone già fortemente “polarizzate”.

Uno spettatore di Fox News, sostenitore del Presidente Donald Trump, difficilmente cambierà idea e verrà influenzato dall’attività dei troll: lo stesso accade per un americano che guarda la Cnn e, viceversa, detesta il tycoon. Ricordiamo poi un altro dato emblematico: l’Ira nel 2016 ha speso circa 100 mila dollari per promuovere i propri account. Ma solo circa 45 mila dollari sono stati spesi prima delle elezioni presidenziali Usa, ossia 0,000007 cent di dollaro a elettore. Un po’ pochino, no, per determinare un risultato elettorale?

Smentito il collegamento fra la “fabbrica di troll” e il Cremlino

Come sottolinea Aaron Maté su The Nation,  nel rapporto redatto dall’ex procuratore speciale, il governo russo avrebbe “interferito nelle elezioni presidenziali del 2016 in modo radicale e sistematico”. Alcuni paragrafi dopo, Mueller spiega che l’interferenza russa si è verificata “principalmente attraverso due operazioni”. La prima di queste le operazioni consisteva in “una campagna sui social media che favoriva il candidato alla presidenza Donald J. Trump e denigrava il candidato alla presidenza Hillary Clinton”, condotto da una fabbrica di troll russi conosciuta come Internet Research Agency (Ira).

Eppure la squadra di Mueller è stata costretta ad ammettere in tribunale che questa era una falsa insinuazione. Qualche settimana fa, un giudice federale ha rimproverato l’ex procuratore e il Dipartimento di Giustizia per aver “suggerito erroneamente un collegamento” tra l’Ira e il Cremlino. Il giudice distrettuale americano Dabney Friedrich ha osservato che l’accusa di Mueller del febbraio 2018  “non collega l’Ira al governo russo” e sostiene che si tratta di un’iniziativa privata “condotta da privati”.

Non solo, dunque, non c’è stata alcuna “collusione” fra Donald Trump e la Russia: ma un giudice americano smentisce anche vi sia un collegamento fra la citatissima Internet Research Agency (Ira) e il governo di Vladimir Putin. Lo stesso Jonathan Kravis, un procuratore capo del team Mueller, ha riconosciuto che “da nessuna parte si dice che dietro l’attività dell’Internet Research Agency” ci sia il governo russo. Oltre a questo, spiega sempre Aaron Maté, la maggior parte dei contenuti dei social media russi non aveva nulla a che fare con le elezioni (solo il 7 percento dei post su Facebook dell’Ita menziona Trump o Clinton). Non vi è inoltre alcuna prova che il contenuto politico abbia raggiunto un pubblico di massa.

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