Sono passati appena dodici giorni dalla morte di Mahsa Amini e le proteste in Iran non sembrano placarsi. Quarantuno le vittime ufficiali e centinaia di arresti: sono tutti giovani e giovanissimi che vogliono spazzare via il quarantennale regime degli ayatollah. Ma nel mare magnum della complessa vita politica iraniana, le rivolte di questi giorni sembrano riaccendere non solo le rivendicazioni liberali e femministe, ma anche quelle dei curdi iraniani, incubo del regime di Teheran.

Perché questa è anche una ribellione curda

Tutto nasce dal fatto che Amini, giunta a Teheran in visita al fratello, era originaria di Saqqez, capoluogo dello shahrestān di Saqqez, nella provincia iraniana del Kurdistan, porzione nord-occidentale del Paese. Una donna, giovane, iraniana, ma soprattutto figlia di un popolo di 30 milioni di persone ma senza uno Stato. Non è un caso, infatti, che le donne che in questi giorni fanno mostra delle loro ciocche di capelli tagliati rimandino a una tradizione curda, che considera il taglio della chioma come una manifestazione di lutto.

Sono circa 8 milioni i curdi che vivono nel nord-ovest dell’Iran. Le proteste di questi giorni devono essere apparse un’occasione ghiotta per il regime al fine di intensificare la stretta sui gruppi curdi, anche in Iraq. Nell’area, infatti, Mahsa Amini è stata assurta a eroina etnica ed è proprio qui che sono cominciate le ribellioni. Le donne nel Kurdistan iraniano sono spesso pesantemente prese di mira dalle politiche repressive di Teheran: solo il 3 settembre, Shler Rasuli, una donna curda della città di Mariwan, è saltata dalla finestra dopo che un uomo aveva tentato di violentarla. Una settimana dopo, è morta in ospedale. Il Centro di coordinamento dei partiti del Kurdistan iraniano ha descritto il colpevole come un “mercenario del regime islamico”.

Il Kurdistan iraniano

I curdi in Iran subiscono una discriminazione istituzionale che ne pregiudica l’accesso servizi di base come l’alloggio, il lavoro e l’istruzione. La situazione è particolarmente complessa per coloro che diventano operativi, o sono percepiti come tali, nelle attività politiche curde. Le autorità non tollerano qualsiasi attività collegata ai gruppi politici curdi e a coloro che sono coinvolti si aprono le porte degli arresti arbitrari, detenzioni prolungate e abusi fisici. Persone di alto profilo politico nonché attivisti per i diritti umani e coloro che cercano un maggiore riconoscimento dei loro diritti culturali e linguistici sono prese di mira dalle autorità a causa della loro opinione politica. Tuttavia, anche una persona che parla dei diritti dei curdi può essere vista come una minaccia generale.

Nella prigione di Evin, ad esempio, la minoranza curda è stata ripetutamente soggetta a punizioni fisiche o torture più severe rispetto ad altri prigionieri, a prescindere dal tipo di accusa. La velocità delle esecuzioni è sproporzionatamente alta tra i curdi in Iran e si fonda su pretestuose accuse, come quella di traffico di droga.

Gli attacchi nel Kurdistan di questi giorni

Finora almeno 20 persone sono state arrestate dalla sicurezza iraniana a Saqqez e più di 10 persone sono state arrestate nella citta di Sanandaj. Le persone nelle città curde di Mariwan, Baneh, Divandarreh, Shno, Mahabad, Bokan, Urmiya e Sardasht hanno dato vita a uno sciopero generale chiudendo negozi e mercati come simbolo di protesta contro “contro le politiche disumane del regime e per la protezione della dignità delle ragazze e delle donne curde, nonché dei figli del popolo curdo”.

Le forze dei pasdaran, in queste ore, stanno sferrando una serie di attacchi contro le posizioni dei gruppi separatisti ospitati nella regione del Kurdistan iracheno: vengono accusati, infatti, di fornire sostegno ai manifestanti nel Kurdistan iraniano. Solo ieri, secondo l’agenzia di stampa irachena Shafaq News, le città di Soran e Choman, nel governatorato di Erbil, sono state colpite (con un drone bomba) per la quarta volta in tre giorni con l’obiettivo di prendere di mira i gruppi curdo-iraniani. Tra questi, il Komala, partito del Kurdistan iraniano e il Kdpi, il Partito democratico del Kurdistan dell’Iran. Nel primo caso l’attacco sarebbe stato condotto con artiglieria a lunga gittata, mentre nel caso di Choman sarebbe stato utilizzato un drone-bomba: in entrambi i casi non dovrebbero esserci state vittime. Da tempo immemore, Teheran accusa Erbil di offrire supporto e protezione ai gruppi separatisti iraniani, e le manifestazioni di questi giorni sono un ottimo pretesto per agire pesantemente anche oltre confine.

Le forze politiche curde in Iran

Il Partito Komala nacque nell’autunno del 1969 tra studenti e intellettuali curdi di sinistra a Teheran e in alcune città curde. A quel tempo, come oggi, ogni organizzazione politica e anche i piccoli circoli studenteschi dovettero nascondersi e organizzarsi clandestinamente: il Komala non fece eccezione. Come tutte le altre organizzazioni di opposizione dell’epoca, in particolare i gruppi di sinistra degli anni Sessanta e Settanta, i suoi esponenti hanno dovuto affrontare una dura repressione. Dopo un lungo e acceso dibattito tra i suoi ranghi durante gli anni Novanta, finalmente la maggioranza dei quadri e dei membri decise di avviare un programma di rinnovamento per adattarsi ai nuovi sviluppi interni e mondiali. Dagli anni Duemila, il partito ha subito una profonda revisione, scegliendo battersi non solo per i diritti dei curdi, ma anche per un Iran democratico, laico, pluralista, federale e per i diritti delle donne.

Il Kdpi, invece, è stato fondato dopo la Seconda Guerra Mondiale, come scheggia dell’Associazione per la Resurrezione del Kurdistan, ma venne liquidato dopo le repressioni del 1966-67. Fu ripristinato dopo il 1973, quando Abd ar-Rahman Qasemlu fu eletto Segretario generale. Si tratta del più grande e meglio organizzato dei gruppi di opposizione e cerca l’autonomia per i curdi in Iran, operando soprattutto dalle sue basi in Iraq. All’inizio degli anni ’80 una certa autonomia nelle aree curde dell’Iran occidentale è stata raggiunta in seguito agli scontri tra i guerriglieri del Kdpi e le Guardie Rivoluzionarie, che hanno portato al ritiro di quest’ultime da Mahabad, Sanandaj e Kamyaran. Negli anni ’90 sono continuati gli scontri armati con le forze governative, compresi i bombardamenti contro i curdi iraniani, sia nell’Iran occidentale che all’interno del territorio iracheno. I tentativi compiuti fuori dal paese dal Kdpi per negoziare un accordo sull’autonomia curda con il governo iraniano hanno portato all’assassinio della precedente leadership del Kdpi. Il 18 settembre 1992, il leader curdo iraniano, Sadik Sharafkindi e altri tre vennero assassinati in un ristorante a Berlino, dove Sharafkindi si era recato per tenere colloqui segreti con i rappresentanti del governo iraniano. Un precedente tentativo nel 1989 si concluse anche con l’assassinio dell’allora leader del Kdpi Abdul Rahman Qassemlou a Vienna.

La sicurezza di Teheran prima di tutto

L’attuale situazione, che promette di metter a ferro e fuoco il Paese, rischia di minare i complessi rapporti tra Iran e Iraq. Le relazioni tra le due frenemies si sono riscaldate dalla caduta di Saddam Hussein, soprattutto per questioni eminentemente pragmatiche. Iran e Iraq condividono molti interessi comuni, poiché condividono un nemico comune nello Stato islamico. L’Iraq è fortemente dipendente dall’Iran per i suoi bisogni energetici, quindi un cliente pacifico è probabilmente una priorità assoluta per l’Iran, dal punto di vista della politica estera.

Le relazioni tra Iran e il Kurdistan iracheno restano suscettibili al quadro internazionale e non solo alle vicende interne: la questione irrisolta di un ritorno all’accordo nucleare e delle sue possibili conseguenze, la graduale riduzione dell’impronta militare statunitense in Iraq e del rafforzamento al potere dei conservatori iraniani. La risposta dell’Iran al referendum curdo iracheno per l’indipendenza del 2017 e la sua soppressione del rilancio dell’attività armata da parte dei partiti curdi iraniani che operano dall’Iraq chiarisce che Teheran non esiterà a intervenire per difendere i suoi interessi di sicurezza negli anni a venire.

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