Una telefonata importante quella tra il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e la premier britannica, Theresa May.

Non solo per la riaffermazione dello storico asse fra Londra e Washington, ma anche per comprendere le mosse dell’eclettica presidenza Trump. In particolare per ciò che riguarda la questione del programma nucleare iraniano.

Secondo gli Stati Uniti, l’Iran rappresenta una minaccia. E l’uscita del Paese dal 5+1 del 2015 è stato il segnale inequivocabile della linea impostata dall’attuale amministrazione. In piena rottura con il predecessore, Barack Obama, l’attuale presidente non ha mai negato di ritenere l’accordo sbagliato. E infatti ne ha decretato l’uscita.

Questa mossa è stata evidentemente di rottura e ha significato la fine del percorso di riavvicinamento con l’Iran. Ma non è detto che nelle intenzioni di Trump ci fosse la rottura definitiva. Il messaggio, probabilmente, era diverso. E nella tipica e ormai nota diplomazia trumpiana, probabilmente si vuole giocare al rialzo. 

Non è detto che a questo gioco partecipi poi il diretto rivale. Ma sembra che le intenzioni fossero più o meno queste. E del resto lo aveva detto lo stresso presidente: uscire per ritrattare. E così sembra essere.

Nel comunicato della Casa Bianca che descrive sinteticamente la telefonata fra Trump e May, si legge che “il presidente Trump ha anche chiesto un nuovo accordo globale che affronti tutti gli aspetti del comportamento destabilizzante dell’Iran, incluso lo Yemen e la Siria”.

Un nuovo accordo che sembra ricalcare quanto proposto da Mike Pompeo in quel famoso ultimatum all’Iran. Ma che nella tumultuosa politica statunitense sul Medio Oriente potrebbe anche indicare una via per riprendere i fili di un discorso interrotto con la brusca uscita del presidente dal Jcpoa.

Un obiettivo che da parte europea è sempre stato considerato centrale. Tanto che sia May che Emmanuel Macron, come anche Angela Merkel, si stanno impegnando a costruire un’impalcatura per un nuovo accordo che preveda un allontanamento dell’Iran dai fronti di guerra ma, allo stesso tempo, una graduale rimozione delle sanzioni.

Gli obiettivi non sono di certo facilmente raggiungibili. L’uscita degli Stati Uniti dall’accordo sul nucleare iraniano ha provocato non solo l’irrigidimento del governo iraniano, ma anche l’isolamento degli Stati Uniti da parte della comunità internazionale. Cina e Russia, in particolare, hanno subito fatto blocco con l’Iran. E questo ha consegnato un sistema asiatico molto più integrato che rischia di escludere completamente l’Occidente.

Un errore strategico da parte degli Stati Uniti che, per soddisfare i suoi alleati mediorientali – cioè Israele e Arabia Saudita – di fatto rischia di aver creato un blocco asiatico difficile da scardinare. Inoltre, ha creato le premesse per il rischio che molti Stati temano l’eclettismo di Trump o, in generale, non si fidino di Washington.

Con un occhio rivolto anche alla Corea del Nord, la decisione di Trump di segnalare la volontà degli Usa di riaprire un tavolo di dialogo per rinegoziare un accordo con l’Iran serve anche come messaggio a Pyongyang. Gli Stati Uniti si sono dimostrati irrevocabili quando l’accordo non ha soddisfatto le loro aspettative o quelle dei loro partner. Ma questo non significa che non sia disposto a riconsiderare in futuro un accordo che possa essere utile.

Ora bisogna attendere la risposta dell’Iran che, in queste ultime ore, ha annunciato la volontà di riprendere in tempi brevi l’arricchimento dell’uranio. Promessa fatta dopo l’uscita di Trump dall’accordo sul nucleare e che sembra rientrare in questo pericoloso gioco di offerte e controfferte. Un gioco al rialzo che però rischia di far saltare il banco. A meno che tutti non tornino di nuovo a rispettare le regole della diplomazia. 

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