Nella notte tra martedì e mercoledì Israele ha effettuato un attacco aereo col lancio di missili verso la Siria nord-occidentale, colpendo le città di di Haffeh, Jableh e Masyaf. Le unità di difesa aerea siriane hanno risposto agli attacchi missilistici, affermano i media di Stato siriani, neutralizzandoli parzialmente, ma non sono stati forniti ulteriori dettagli.

Nell’attacco ci sono stati morti e feriti, e probabilmente si ritiene abbia avuto come bersaglio posizioni di Hezbollah o delle milizie filosciite legate alle Irgc iraniane – anch’esse presenti in Siria – , ma ancora non è chiaro: potrebbero essere stati colpiti obiettivi dell’esercito siriano anche se la propaganda di Damasco, citando un non meglio identificato ufficiale militare, afferma sia stata centrata una fabbrica di plastica e altri “punti” non precisati. Il raid potrebbe configurarsi come la risposta di Tel Aviv al lancio di un singolo missile del sistema da difesa aerea S-200, avvenuto nella notte del 22 aprile scorso, che è andato a schiantarsi a pochi chilometri dalla centrale nucleare di Dimona, nel sud del Paese, concomitante con un altro attacco israeliano effettuato nei pressi di Damasco.

La “guerra ombra” di Israele

Israele ha intensificato negli ultimi mesi la cosiddetta “guerra ombra” contro obiettivi legati all’Iran all’interno della Siria: secondo fonti di intelligence occidentali gli attacchi colpiscono principalmente centri di ricerca per lo sviluppo di armi, depositi di munizioni e convogli militari che trasferiscono armi, tra cui missili, dalla Siria verso Libano.

Una “guerra” mai riconosciuta dalla Siria, che non ha mai ammesso che Israele prende di mira gli assetti militari legati all’Iran con i suoi attacchi, mentre sul fronte opposto Tel Aviv molto di rado commenta i suoi raid.

L’obiettivo israeliano è porre fine alla presenza militare di Teheran in Siria, che si è espansa negli ultimi anni, e ridimensionare il peso di Hezbollah nel Paese.

Sappiamo che la scorsa settimana Israele ha inviato alcuni delegati di alto rango a Washington per discutere dell’Iran con le controparti statunitensi. La Casa Bianca ha detto che concorda sulla “minaccia significativa” rappresentata dal comportamento regionale dell’Iran: questo può essere letto come un ulteriore segnale di come Washington si affidi a Israele per contenere l’espansionismo iraniano nel Medio Oriente, e allo stesso tempo è un segnale di come gli Stati Uniti abbiano sostanzialmente deciso di lasciare “carta bianca” a Israele (pur fissando determinati paletti) in cambio di altre concessioni riguardanti i suoi “nuovi” alleati arabi. Stiamo pensando agli Emirati Arabi Uniti e alla questione F-35, non solamente collegata agli storici “Accordi di Abramo”.

Riteniamo che, in questo tacito accordo tra Washington e Tel Aviv, ci sia anche la questione nucleare: i recenti sviluppi che fanno ben sperare si possa giungere a un nuovo trattato, hanno quasi sicuramente indispettito Israele, che è stata sempre contraria al raggiungimento di un patto sul nucleare che non includesse la minaccia missilistica degli Ayatollah. Lo Stato ebraico ha intensificato i suoi avvertimenti contro quello che riterrebbe un nuovo pessimo accordo nucleare tra l’Iran e le potenze mondiali, dicendo che la guerra con Teheran seguirà sicuramente; una guerra “a tutto campo” che ha avuto, nel recente passato, anche risvolti “marittimi”.

Negli ultimi anni abbiamo assistito ad una vera e propria recrudescenza dei raid in Siria da parte di Tel Aviv, che in qualche occasione hanno anche riguardato l’Iraq, provocando non poche ire a Washington.

La Russia osserva…

Attacchi condotti sempre usando lo strumento aereo, che in un caso hanno provocato danni “collaterali” che hanno messo a rischio l’equilibrio regionale tra le potenze in gioco. Il 17 settembre del 2018, un velivolo spia russo Ilyushin Il-20M è stato abbattuto per errore dalla contraerea siriana durante un raid israeliano, provocando la morte di tutto il suo equipaggio.

Questo è stato l’evento chiave che ci permette di analizzare il ruolo della Russia in questa “guerra ombra” di Israele in territorio siriano. Già prima di quell’incidente era relativamente chiaro come Mosca “chiudesse un occhio” (anzi tutte e due) davanti alle incursioni israeliane, ma dopo è risultata ancora più evidente la vera natura dei rapporti tra Russia e Israele.

Dopo un iniziale “irrigidimento” delle posizioni del Cremlino, Putin smorzò immediatamente i toni dichiarando che tra i due Paesi era necessario un maggiore coordinamento per evitare che si ripetesse un’altra “catena di tragiche circostanze accidentali”. Tra Mosca e Tel Aviv, infatti, a partire dall’estate del 2015, quando i turchi abbatterono un Su-24 russo al confine siriano, è stata attivata una linea rossa per far fluire le informazioni sui raid israeliani in Siria e Libano.

Un sistema che, è bene ricordarlo, non si è inceppato in quella notte di settembre: l’abbattimento dell’Ilyushin è stato anche frutto di un “azzardo” russo dati gli assetti israeliani in volo quella notte. Israele, quindi, ha sempre comunicato alla Russia le sue mosse in Siria e continua a farlo. Del resto Mosca deve tutelare i suoi soldati presenti nel Paese, principalmente dislocati nelle basi di Hmeimim e Tartus, e Tel Aviv sa che non può sfuggire agli occhi vigili dei radar russi: proprio in Siria Mosca ha installato una bolla A2/Ad che, col suo raggio d’azione, copre discreta fetta del Mediterraneo Orientale (i “disturbi” Gps segnalati dagli inglesi nella base cipriota di Akrotiri ne sono la testimonianza diretta).

…e non fa nulla

Nulla di quanto avviene in Siria, quindi, sfugge agli occhi e alle orecchie della Russia. Stante questa considerazione, risulta evidente che Mosca non è turbata dall’attività israeliana che mira, come abbiamo detto, a estromettere le Irgc dalla Siria, a colpire Hezbollah e l’esercito siriano. A riprova ulteriore di come il Cremlino sostanzialmente non si opponga a questo progetto, arriva proprio l’attacco della scorsa notte: mai prima d’ora un raid israeliano aveva colpito così vicino alle installazioni russe in Siria. Jableh, una delle città colpite, dista solo pochi chilometri dalla base aerea di Hmeimim, e siamo sicuri che i vetri degli edifici dove sono alloggiati i russi abbiano “tremato” sotto l’onda d’urto delle esplosioni.

Forse al Cremlino, ma più probabilmente nelle Forze Armate, qualcuno ha storto il naso dopo l’attacco della scorsa notte, temendo per i propri soldati, ma resta il dato di fatto che tra Russia e Israele vige un vero e proprio rapporto di amicizia che ha radici storiche ben salde.

La comunità ebraica in Russia è numerosa, inoltre, alla dissoluzione dell’Unione Sovietica, in Israele si è assistito a una massiccia ondata di immigrazione russa che ha notevolmente rafforzato i legami sociali e politici tra i due Paesi. Venendo a tempi più recenti, nel marzo 2016 il presidente Putin ha affermato che le relazioni con Israele sono speciali e basate “sull’amicizia, la comprensione reciproca e la lunga storia comune”, e ricordiamo che ha anche invitato il premier Netanyahu all’apertura di una nuova sinagoga in Crimea nel 2019.

Risulta davvero quindi difficile pensare che la Russia veda lo Stato ebraico come un avversario al pari degli Stati Uniti nonostante la solida alleanza che li lega, ma nonostante questo Mosca tutela il suo “alleato” siriano cercando di rinforzare, ove possibile e senza troppa “enfasi”, le sue difese aeree: del resto, Tartus e Hmeimim sono le sole basi nei “mari caldi” che ha la Russia (per ora).

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