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Dopo alcuni giorni di braccio di ferro fra le chiese cristiane e Israele e che ha visto la chiusura della basilica del Santo Sepolcro, sembra che per ora, a vincere il primo round, siano stata le comunità cristiane, che hanno ottenuto il congelamento della legislazione imposta dalle autorità locali e la riscossione del nuovo tributo. Come spiegato da Mauro Indelicato per Gli Occhi della Guerra, “Alla rottura totale tra le autorità civili della città israeliana e quelle ecclesiastiche, si [era] arrivato dopo un tira e molla iniziato nei primi giorni di febbraio: Nir Barkat, sindaco di Gerusalemme, ha approvato una nuova normativa che ha di fatto tolto l’esenzione dalla tassazione per i luoghi di culto e per gli immobili che ospitano le sedi delle Nazioni Unite in città; con questa nuova legge della municipalità, il comune di Gerusalemme dovrebbe incassare ogni anno 650 milioni di shekel, equivalenti a circa 191 milioni di dollari”. 

La scena cui hanno assistito i fedeli sul sagrato della basilica ha avuto eco in tutto il mondo. Vedere i capi delle tre comunità cristiane che gestiscono la chiesa, il patriarca greco-ortodosso, il patriarca armeno e il custode cattolico di Terra Santa, incontrarsi all’ingresso della chiesa, sgomberare i turisti e chiudere le pesanti porte del tempio, è stata sicuramente un’immagine unica e dal significato profondo. E che ha certamente segnato la comunità internazionale, la quale ha subito  iniziato a premere sulle autorità israeliane per evitare questo conflitto all’interno del Paese.

Ma è una scena che ha anche colpito perché ha reso manifesto tutta la complessità di un rapporto fra comunità cristiana e Stato israeliano che dimostra le difficoltà di una convivenza non sempre serena e che ha mostrato, recentemente, alcune importanti fratture. La prima era stata quella del riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele da parte di Donald Trump. In quel caso, le chiese si unirono quasi tutte contro la scelta del presidente americano e i loro leader parlarono di Gerusalemme come “città di tutti”. Lo stesso pontefice si espresse contrariamente alla decisione di Washington e la comunità musulmana apprezzò le parole di Bergoglio in difesa dell’universalità di Gerusalemme.

La seconda frattura, di fondamentale importanza (forse anche più della tassa) è stato il disegno di legge proposto da Rachel Azaria, di Kulanu, che avrebbe consentito l’espropriazione dei terreni venduti dalle chiese agli acquirenti privati dal 2010. Come riporta il sito Eastwest, la questione non è di poco conto, dal momento che soltanto la Chiesa greco-ortodossa possiederebbe il 30% della Città Vecchia di Gerusalemme. Il patriarca è anzi sotto accusa da parte dei suoi stessi fredeli perché accusato di aver svenduto i beni della Chiesa a cifre irrisorie e dove c’è un chiaro fenomeno speculativo. La legge, secondo le chiese, violerebbe la libertà di scelta sulla vendita dei beni ed è stata definita “ripugnante”. Secondo molti, l’intento è quello di far ottenere allo Stato più terreni e immobili al fine di occupare la maggior parte del territorio della città santa, affermando un diritto di possesso da parte del solo Stato di Israele. Per le chiese, una scelta pericolosa.

Il fatto che ci sia questa frattura tra Stato e Chiesa in un Paese come Israele, non è da sottovalutare. Non solo perché il cristianesimo ha la sua culla in quella terra e la sua comunità è la seconda più antica dopo quella ebraica, ma soprattutto perché i cristiani, pur rappresentando una percentuale bassissima dell’attuale popolazione israeliana, sono un pilastro di stabilità interna e di contatti con gli altri Stati di notevole importanza. I cristiani di Israele sono una comunità antica che travalica il conflitto arabo-israeliano e che non può essere dimenticata, né deve essere messa all’angolo. La proposta di legge, come riporta Haaretz, probabilmente nella sua forma più dura non sarebbe mai passata alla Knesset. Ma è il metodo di comunicazione fra Israele e cristiani che sta degradando e che inizia a essere sempre più conflittuale. 

Il governo Netanyahu, anche in questo caso,non si è dimostrato attento nei confronti di un popolo, quello cristiano, che è prima di tutto composto da suo concittadini. E rischia ora di incrinare a tal punto i rapporti da condurre a una polarizzazione dove i cristiani rischiano di trasformarsi (o di sentirsi) come una sorta di enclave scomoda. E sono azioni che, in un mosaico così complesso come quello arabo-israeliano, vanno sempre soppesate. Non è un caso che, all’annuncio della chiusura del Santo Sepolcro, l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (Olp) e il presidente libanese, Michel Aoun, avevano denunciato le conseguenze negative dello scontro di Tel Aviv con le comunità cristiane. Il rischio è quello di trasformare agli occhi dei cristiani lo Stato di Israele in uno Stato non solo confessionale, ma dove c’è una fortissima disparità di trattamento fra appartenenti alla comunità ebraica e quelli di altre confessioni, aprendo la strada a una divisione politica che non deve (o non dovrebbe) esistere.

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