Sul fronte anti-Iran, Stati Uniti e Israele vengono costantemente nominati come due linee politiche inscindibili. E l’accordo sul nucleare iraniano sta confermando questa percezione.

Con un errore però, di considerare del tutto sovrapponibili le strategia di Washington e di Tel Aviv. Questo perché bisogna sempre distinguere tra le agende politiche delle singole amministrazioni e gli obiettivi strategici di lungo termine. Donald Trump e Benjamin Netanyahu hanno agende sostanzialmente molto simili per ciò che riguarda l’Iran. Con Netanyahu che ha chiesto da sempre al suo alleato Usa di impostare una linea molto dura nei confronti di Teheran. A partire dall’accordo sul nucleare iraniano.

Ma se appare scontato che oggi Trump dia l’annuncio sulla fine dell’accordo sul programma nucleare iraniano, non è altrettanto scontato che Israele e Stati Uniti siano sulla stessa lunghezza d’onda. E il fatto che soltanto tre anni fa, Barack Obama abbia fatto ogni sforzo per raggiungere l’accordo del 5+1 dimostra che esiste, a livello strategico, una divergenza di fondo.

Le divergenze fra Stati Uniti e Israele furono spiegate, ai tempo del “nuclear deal” del 2015 da due analisti di Foreign Affairs, che indicarono cinque motivi per cui i due Paesi non potevano ritenersi con visioni identiche. Oggi, questi motivi, alla luce dell’elezione di Trump e della situazione in Siria, possono essere rimodulati, ma rappresentano comunque una solida base per analizzare cosa differenzia Washington da Tel Aviv.

Le divergenze fra Usa e IsraeleLa prima era (ed è) la percezione della minaccia. Israele considera l’Iran come una minaccia esistenziale. La sua strategia è che nessun Paese mediorientale debba possedere l’atomica. Soprattutto se questo è una potenza che ha una strategia del tutto opposta alla sua. Israele ha colpito reattori in Iraq e Siria quando ha avuto il sentore di un programma nucleare. Gli Stati Uniti, d’altra parte, considerano l’Iran non una minaccia esistenziale ma strategica Quindi hanno avuto storicamente un approccio più freddo.Il secondo è il fattore-trauma. Israele considera ogni minaccia inserita nel contesto del ricordo dell’Olocausto. Dal punto di vista dell’opinione pubblica, l’idea è che qualcuno possa minacciare di nuovo Israele con una strage. E questo sentimento è risvegliato dalla retorica iraniana ma anche da quella del governo israeliano. Per gli americani, invece, il trauma è rappresentato dalle due recenti guerre in Afghanistan e Iraq. Guerre costosissime, migliaia di vite spezzate, nessun obiettivo raggiunto. E con l’Iran sarebbe anche peggio.Il terzo problema erano le tempistiche. Una divergenza che però Trump sembra aver appiattito. Mentre oggi si può notare nelle proposte europee su un nuovo accordo. Israele vuole la fine definitiva del programma nucleare iraniano e senza possibilità di future revisioni nel 2025. Gli Stati Uniti potrebbero tollerare (e l’hanno fatto) un successivo momento di rimodulazione dell’accordo. Proprio perché non la considerano una minaccia alla propria politica.La quarta differenza è la cosiddetta linea rossa. Alla luce del divario tra le capacità degli Stati Uniti e di Israele, la linea rossa Usa è molto più flessibile di quella di Israele. Gli Stati Uniti sono sempre stati disposti a scommettere sul poter gestire un’infrastruttura nucleare iraniana. La linea rossa di Israele, invece, è la capacità stessa dell’Iran di produrre una bomba nucleare. E questo si vede anche in Siria, dove mentre per gli Usa la linea rossa è molto flessibile ed enigmatica, per Israele è tutto molto più semplice: la presenza iraniana è già di per sé una linea rossa superata. E bombarda in Siria ogni postazione iraniana o legata all’Iran considerata pericolosa. Trump e Netanyahu cancellano le divergenze?

L’elezione di Donald Trump ha sicuramente modificato la politica americana in Medio Oriente. Anche rispetto a Israele. Obama, nella sua visione caotica e del tutto enigmatica della regione, ebbe comunque il merito di scindere le idee di Netanyahu da quelle della sua amministrazione.

Trump questo non sembra disposto a farlo. E ciò comporta che i due governi (non i due Paesi) siano concordi nella linea dura contro l’Iran. John Bolton, in questo senso, è l’emblema del cambio di passo della Casa Bianca. Ma non va dimenticato che molti segmenti del Pentagono, così  come dell’intelligence, non siano affatto concordi con questa scelta del presidente.

Lo stesso Mike Pompeo, uno dei falchi dell’amministrazione americana, ha recentemente definito la guerra con l’Iran come “ultima risorsa”. E Jim Mattis ha più volte messo in guardia da una guerra con Teheran, addirittura confermando che l’accordo sul nucleare iraniano aveva “robuste verifiche” e chiedendone il mantenimento in vita. Bisognerà capire fino a che punto i falchi Usa, Israele e gli alleati mediorientali saranno in grado di decidere la linea politica del presidente. Ma di fatto, agli Stati Uniti una guerra con l’Iran non interessa.

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