Lo slogan utilizzato da Netanyahu quasi fosse un mantra di buon auspicio prima del suo viaggio in Africa previsto per il 4 giugno è: “Israele sta tornando in Africa, e l’Africa sta tornando in Israele.” Per capire cosa queste parole significhino è doveroso tenere in considerazione l’impegno dimostrato da Tel-Aviv negli ultimi due anni per stringere i suoi legami con quello che viene considerato il “continente del futuro”.I funzionari dell’Ufficio del primo ministro israeliano hanno annunciato questo giovedì che Bibi parteciperà al summit dei paesi membri dell’ECOWAS (la comunità economica degli stati dell’Africa occidentale), che si terrà in Liberia tra meno di due settimane. Questo importante evento ha spinto Netanyahu a tornare in Africa nonostante, lo scorso luglio, vi avesse già passato diverso tempo: solo dieci mesi fa infatti l’ex ufficiale del Mossad passò in Uganda, Kenya, Rwanda ed Etiopia, in quella che è stata considerata, a ragion di causa, una visita storica. Infatti erano 29 anni che un primo ministro israeliano non partecipava a un “tour africano”. Bibi stava iniziando a tessere la sua rete di rapporti, consapevole dell’importanza che l’Africa ha e che, salvo cambiamenti radicali improbabili, guadegnerà sempre più. L’impegno della Cina in Africa dovrebbe già essere una conferma di quanto, in futuro, sia probabile vedere questo continente protagonista della scena internazionale.Il 4 giugno è prevista la sua partecipazione al summit dei paesi aderenti all’ECOWAS (che insieme rappresentano una comunità di 320milioni di persone) che, secondo il Ministero degli Esteri liberiano, si terrà nella capitale, Monrovia, città dove si incontreranno i 15 leader dei paesi facenti parte alla comunità economica, inclusi quelli di due paesi, come il Mali e la Nigeria, che di rapporti diplomatici con Israele non ne hanno ormai da tempo. Oltre a Netanyahu parteciperanno all’incontro anche il Segretario Generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres, il presidente dell’Unione africana Moussa Faki e una delegazione degli uomini più influenti del Marocco.Non è una coincidenza che nei giorni in cui Netanyahu sarà occupato nel summit di Monrovia, sia previsto l’arrivo in Israele del primo ministro etiope Hailemariam Desalegn, che si fermerà in Terra Santa per quattro giorni. Quella di Desalegn sarà la prima visita in Israele di un primo ministro etiope da più di un decennio e vuole essere la risposta al viaggio di Bibi in Etiopia dello scorso luglio. E’ comunque previsto un incontro tra i due leader quando Netanyahu avrà concluso il suo viaggio in Liberia. L’Etiopia è uno dei paesi strategicamente più importanti per Israele se il piccolo stato del Medio Oriente vuole ritagliarsi uno spazio nella cornice africana: ospita il quartier generale dell’Unione africana, fa parte del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e – soprattutto – il suo ex primo ministro e attuale ministro della sanità, Tedros Adhanom Ghebreyesus, la settimana passata ha vinto le elezioni per diventare il prossimo direttore della World Health Organization (WHO), primo africano a ricoprire questo ruolo.Netanyahu ha molti difetti e la continua diminuzione dei consensi da parte della popolazione israeliana nei suoi confronti ne è la conferma. La politica interna da lui adottata non piace a molti in Israele, anche quando si parla degli insediamenti in Cisgiordania. Per quanto riguarda la politica estera, però, le sue capacità sono innegabili. Ha giocato un ruolo da protagonista (anche se dietro le quinte) nel conflitto siriano, a fianco di Stati Uniti e Arabia Saudita e in chiave anti-iraniana. Le premesse che lasciano immaginare Tel-Aviv protagonista nel futuro dell’Africa, forse anche dopo il mandato di Benjamin Netanyahu, ci sono tutte. D’altronde lo Stato di Israele, per quanto si estenda in un’area minore di quella della Toscana (20.000km² contro quasi 23.000km² della regione italiana) sa come muoversi sul palcoscenico globale. Che si lasci scappare le opportunità che l’Africa può offrire, è alquanto improbabile.

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