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Il rapimento di Silvia Romano in Kenya non è solo un dramma umano, ma un modo per capireche quello che accade in quella parte di Africa non è lontano dai nostri interessi. Il Kenya è poco più a sud del Corno d’Africa. C’è chi lo inserisce direttamente in questa regione, ritenendolo l’ultimo lembo meridionale di una regione che per l’Italia è sempre stata il centro dei suoi interessi africani. Altri, lo ritengono parte del Mediterraneo allargato, quella grande area geopolitica che ha al centro il Mar Mediterraneo intorno tutti i mari, bacini e regioni che in qualche modo incidono sulla sua stessa esistenza.

Il Corno d’Africa rimane spesso estraneo ai grandi circuiti mediatici. Sembra quasi non interessare, tornando alla ribalta soltanto quando il terrorismo islamico colpisce, come avvenuto a Mogadiscio e in altre aree della Somalia, o quando appunto un italiano viene direttamente coinvolto in qualche vicenda drammatica, come nel caso della cooperante rapita. Ma al regione è molto più centrale di quanto si possa immaginare.

Quello che è certo è che anche lì passano gli interessi nazionali italiani, dalla sicurezza al commercio, alle migrazioni. E il Kenya, come tutta l’Africa orientale, è per noi imprescindibile. Lo confermano le missioni militari nella regione, in particolare in Somalia, la base italiana di Gibuti. Ma lo dimostra anche il recente viaggio di Giuseppe Conte nella regione, primo capo di governo europeo ad aver visitato l’Etiopia e l’Eritrea dopo l’accordo di pace siglati fra i due Stati africani. 

Partendo dal tema migranti, quest’area è l’origine di una larga parte del flusso migratorio che arriva in Libia e che prende la via dell’Italia attraverso le rotte clandestine che terminano in Sicilia. Eritrei, somali ed etiopi sono comunità molto numerose all’interno dei campi libici e nei centri che ospitano gli immigrati che giungono in Italia e che prendono la via dell’Europa passando per il canale di Sicilia. Quasi il 25% dei flussi migratori che giungono in Libia parte del Corno. E i governi locali, con cui l’Italia intrattiene rapporti profondi anche per il passato coloniale, hanno un ruolo fondamentale come prima linea per bloccare la partenza di decine di migliaia di persone che prendono la via dell’Europa attraverso le rotte in mano ai trafficanti di uomini.

Ma gli interessi dell’Italia non riguardano solo l’emigrazione dalla regione. La posizione strategica del Corno d’Africa è fondamentale per la sicurezza delle nostre rotte marittime. E non è un caso che l’Italia sia coinvolta da molti anni nella operazioni di contrasto alla pirateria, che, soprattutto dalle coste somale e nel Golfo di Aden, hanno rappresentato da sempre una minaccia molto grave per i mercantili e le petroliere che seguono le rotte dal Mediterraneo agli Stati del Golfo Persico e dell’Estremo Oriente (e viceversa). Non deve sorprendere quindi che il governo italiano abbia deciso di costruire una base militare a Gibuti, all’ingresso di Bab el-Mandeb, la porta per il Mar Rosso. Un Paese che rappresenta perfettamente la competizione del mondo per il controllo delle rotte che collegano Oceano Indiano e Mediterraneo.

Infine, non va sottovalutata l’importanza commerciale ed economica rappresentata proprio dai rapporti con gli Stati della regione, in particolare con l’Etiopia, che del Corno d’Africa rappresenta evidentemente lo Stato economicamente più forte e in via di crescita. Anche grazie all’ingresso in massa di capitali e infrastrutture cinesi. Dal 2004 a oggi, Addis Abeba registra tassi di crescita in media intorno alla doppia cifra. E nei prossimi anni si stima una crescita che non scenderà sotto il 7% annuo. Questo equivale a possibilità di investimenti, di commesse per le nostre aziende, ma anche capacità di esportare beni.

Come scriveva Il Sole 24 Ore, solo per quanto riguarda l’Etiopia, l’interscambio commerciale con l’Italia ha raggiunto i 365 milioni di euro nel 2015. E di questo volume d’affari, 307 milioni sono rappresentati soltanto dall’export italiano. “L’Italia è il nono cliente e il quinto fornitore a livello mondiale – spiega il quotidiano economico-finanziario -; il secondo partner commerciale; primo fornitore e terzo cliente a livello europeo”. Un volume d’affari potenzialmente ancora più importante, cui si aggiungono le commesse delle grandi aziende italiane per le infrastrutture etiopi, come dimostrato dall’impegno di Salini-Impregilo nella costruzione delle due dighe di Gibe III e della Gran Ethiopian Reinessance Dam, la più grande d’ Africa.

A questi interessi di natura commerciali, si aggiunge poi la presenza di Eni in Kenya, con tre piattaforme off-shore nel bacino di Lamu, vicino alle acque della Somalia. Come riporta il sito dell’azienda, “Eni opera in Kenya da giugno 2012, attraverso la sua consociata Eni Kenya B.V., in tre blocchi nel deep offshore del Paese, al confine con le acque somale, in una profondità d’acqua tra 2.800 e 4.000 metri, su una superficie totale lorda di 50.677 chilometri quadrati, di cui 43.948 in quota Eni”. Motivi più che sufficienti per comprendere perché il Corno d’Africa sia ancora essenziale per le strategia dell’Italia.

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