La versione inglese di questo articolo è parte del sedicesimo numero del magazine inglese di “Inside Over”, “Old Continent, New Challenges”, dedicato al futuro dell’Europa, disponibile qui.

L’Italia avrà un nuovo governo dal mese di ottobre. Il risultato delle elezioni dovrebbe portare al potere in una posizione di leadership per la prima volta nella storia della Repubblica italiana un partito della destra post-fascista – nello stesso periodo, il paese dovrà scegliere che ruolo giocare nella profonda ricostruzione dei nuovi equilibri politici e economici in corso in Europa.

Si tratta di un passaggio cruciale, iscritto in una temporalità molto densa che presenta dei rischi evidenti. 

Nel brevissimo termine l’autunno sarà caratterizzato da una crisi energetica potenzialmente catastrofica per la seconda potenza industriale europea, in un’economia che sta già rallentando in modo preoccupante, con un’accelerazione della guerra in Ucraina e della rivalità tecnologica a geoeconomica tra la Cina e gli Stati Uniti.

Nel medio e più lungo periodo, il rischio è che, per l’ennesima volta, il sistema politico italiano si perda nell’involuzione delle sue logiche interne non riuscendo a cogliere le linee che definiscono concretamente il contesto geopolitico in cui deve agire. Senza riflettere in modo adeguato sulle forze reali e sulle evidenti debolezze del sistema Italia, il prossimo governo non riuscirà a divenire una forza propositiva e costruttiva nella grande riorganizzazione del quadro europeo in atto.

In un altro contesto, Gianfranco Miglio sosteneva – con forte ispirazione machiavelliana – che “l’età in cui stiamo entrando si annuncia, per molti segni, come un’epoca votata al rispetto della ‘realtà effettuale’: non sapere respingere il fascino decadente dell’utopia, per accettare quello aspro delle ‘cose come sono’, potrebbe voler dire escludersi dal potere e dalla storia”.

Si tratta di un modo molto preciso per definire le coordinate dell’equazione che l’Italia dovrà risolvere oggi, per il suo futuro.

La transizione geopolitica europea

Nelle grandi trasformazioni in corso, nell’interregno provocato dalla dislocazione dell’ordine emerso nel 1989 alla fine della prima guerra fredda, l’Unione europea e i paesi che la compongono cercano con difficoltà una nuova collocazione: si delineano delle tendenze convergenti che definiscono una “transizione geopolitica”.

Si tratta di un cambiamento che presenta una dimensione chiaramente discorsiva, prima ancora che strategica. Dal 2019 l’Europa rivendica un cambiamento di passo. Nel suo primo discorso, la presidente von der Leyen definiva la sua Commissione come “geopolitica”. Il capo della diplomazia europea, Josep Borrell ha messo al centro della sua dottrina la necessità per l’Europa “di imparare a parlare il linguaggio della potenza”. Gli apparati europei definiscono ormai il loro rapporto strategico con il resto del mondo attraverso la nozione di “autonomia strategica aperta”. Questa risposta articolata alle asperità del mondo contemporaneo è in parte ispirata dalla diagnosi del Presidente francese che insiste dal 2017 sulla sovranità europea e sulla sua capacità di esprimere orientamenti autonomi nel nuovo ritmo di una mondializzazione sempre più frammentata in spazi continentali, nella divergenza non ancora strutturante della “nuova guerra fredda” tra la Cina e gli Stati Uniti.

La guerra in Ucraina ha accelerato questo processo, provocando, proprio secondo Borrell, il “risveglio geopolitico dell’Europa”. Senza bisogno di cambiare i trattati – ennesima prova della loro plasticità di fronte alla volontà politica – l’Unione ha inviato aiuti ingenti e soprattutto armi letali all’Ucraina, permettendole di resistere all’onda d’urto russa, organizzando il contrattacco.

Si tratta di un cambiamento radicale. Un sistema che si poneva in una relazione di cooperazione o competizione irenica con il resto del mondo, assume ormai il rapporto di forza e la logica del conflitto. In questo senso va notata la rapidità della reazione europea alla guerra di Putin: di fronte alla crisi dell’euro ci sono voluti anni per arrivare alla soluzione del “whatever it takes” di Draghi, di fonte allo choc pandemico qualche mese per arrivare al Piano di rilancio, di fronte all’invasione dell’Ucraina, l’Unione ha saputo reagire nel giro di qualche giorno.

Questa trasformazione è ancora visibile in un altro ambito, centrale nella costruzione del progetto geopolitico europeo: la transizione climatica. Di fronte a una potenza che utilizza l’energia come un’arma imperiale, l’ecologia diventa una matrice strategica. Per consolidare il fronte interno, i governi europei stanno imparando a porre la questione della guerra in termini energetici: riferendosi all’immaginario e alle politiche economiche della “guerra ecologica”. Così l’energia torna a essere compresa come uno dei punti più fragili della sovranità e cessa di essere un oggetto neutro di scambi orizzontali. 

Anche sul piano delle rappresentazioni, la guerra ha contribuito a territorializzare una costruzione che era piuttosto propensa a pensare la sua azione in termini geograficamente astratti: mercato, consumatori, imprese.

L’Italia nella nuova Europa

Questa transizione geopolitica, che si sta compiendo in reazione alle scosse di un mondo sempre più duro e scabro, apre una nuova sequenza nel momento in cui sul piano sociale, economico e politico, si prepara una tempesta. Basti osservare la Germania. La prima economia europea fondava l’architettura del suo successo su quattro pilastri, ormai tutti sostanzialmente minati: apertura dei mercati su scala mondiale, robusta domanda cinese, energia russa a basso costo, manodopera a prezzi competitivi.

È però proprio la nuova fragilità tedesca a fungere da elemento catalizzatore della rinegoziazione del quadro europeo. L’impianto politico-economico su cui è stata costruita l’Europa nel lungo periodo di glaciazione che ha coinciso con la gestione Merkel del potere – e che ha seguito il rigetto della Costituzione europea – è ormai saltato. Con la transizione climatica, con la pandemia e con l’intensità della rivalità geopolitica entriamo in una nuova era di investimenti pubblici, pianificazione strategica, riscoperta del “capitalismo politico”. Il rapporto con la spesa, con il debito sono trasformati. I parametri del commercio sono ribaltati, territorializzati. 

Al di là di visioni ideologiche, questo è un punto che va capito: non siamo più nell’Europa del 2011. 

Ciò non significa che per il nuovo governo il cambio di passo sarà semplice. La reputazione straordinaria di cui godeva Mario Draghi sarà un peso da gestire. Ma il nuovo governo italiano potrà contribuire alla definizione di un nuovo quadro, inserendosi magari strategicamente in una triangolazione con l’asse franco-tedesco. 

Quali sono le condizioni? Al di là delle divergenze politiche, a Parigi si definiscono, sussurrando, due perni che potrebbero definire una convergenza strategica con Roma. 

Il primo punto consiste nel rigetto delle istanze illiberali, spesso evocate da Giorgia Meloni nella sua espressione di un neonazionalismo di matrice orbaniana. Questa svolta conservatrice e liberale avrebbe un impatto immediato nella credibilità del governo a trazione Fratelli d’Italia.

Il secondo vede nella partecipazione risoluta dell’Italia alla transizione geopolitica europea, in particolare ancorando il paese al sostegno del fronte ucraino e magari sostenendo il progetto, assolutamente strategico per l’Eliseo, della Comunità politica europea. 

Possiamo notare che questi due punti non richiedono particolari scostamenti dalla linea definita dalla leader di Fratelli d’Italia negli ultimi mesi. Aprono però delle possibilità di trasformazione fondamentali per l’Italia: la riorganizzazione della questione del debito, la ridefinizione del suo ruolo nel Mediterraneo sono solo due elementi che potrebbero permettere di riaprire un ciclo politico di lungo corso. 

Una cosa è chiara. Non capire e quindi non contare nella definizione del nuovo assetto geopolitico europeo significherà quasi sicuramente sacrificare un’altra generazione al “fascino decadente delle illusioni” di cui parlava Miglio. Non riuscendo a modificare in questo momento propizio le coordinate di una costruzione europea che non ha sempre favorito l’Italia, continuerà il declino – non inesorabile – del paese. 

 

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