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I rappresentanti di Italia, Croazia e Slovenia si incontreranno in un trilaterale a Trieste per parlare di Zone economiche esclusive. Il problema non è di secondaria importanza per nessuno dei tre Paesi. L’Alto Adriatico, ad oggi, è un punto strategico fondamentale come snodo tra Mediterraneo e Europa centrale e orientale. E i tre Stati, che non hanno ancora raggiunto un accordo sulla delimitazione delle rispettive Zone economiche esclusive, si trovano adesso a dover trattare su una spartizione che rappresenta anche il frutto di una serie di complessi meccanismi diplomatici, geopolitici ed economici. Il tutto con lo sfondo di dissapori mai completamente rimossi prima e dopo la fine della Jugoslavia.

L’iniziativa è stata presa da Italia e Croazia durante la visita di Luigi Di Maio nella capitale Zagabria. Nella conferenza stampa che il titolare della Farnesina ha tenuto insieme all’omologo Gordan Grlic-Radman, i due ministri hanno parlato della possibilità di marcare – finalmente. le rispettive Zee nell’Adriatico lanciando un’idea che per quanto riguarda quello specchio di mare rappresenterebbe una svolta di non poco conto nella spartizione dei diritti. Una svolta che però non è piaciuta alla Slovenia, almeno non nei termini e nei modi espressi da Di Maio e Grlic-Radman, tanto che il ministro degli Esteri di Lubiana, Anze Logar, per pura coincidenza a Roma (ma Oltretevere), ha chiamato immediatamente il suo collega italiano chiedendo che venisse coinvolto il suo Paese. Il rischio di accendere un nuovo fronte diplomatico era dietro l’angolo e, per evitare che le trattative si arenassero, Croazia e Italia hanno manifestato immediatamente la necessità di un trilaterale, tanto da convocare a stretto giro di posta un vertice a Trieste per cercare di giungere a un accordo.

Fin qui la cronaca. Ma dietro la distensione dei vertici e la facilità con cui si è giunti a questo trilaterale si nascondono problemi di non poco conto che ricordano come l’Adriatico sia un mare troppo spesso dimenticato da parte dell’Italia. Errore che il nostro Paese commette in realtà nei confronti di tutte le acque che lo circondano, visto che troppo spesso tralascia la sua natura di penisola e le conseguenze che derivano da questa essenza.

Innanzitutto va capito cosa sia una Zee. Come spiega l’ammiraglio Fabio Caffio nel suo Glossario di diritto del mare, la Zee indica un’area esterna ed adiacente alle acque territoriali in cui lo Stato ha la titolarità di diritti sovrani ai fini dell’esplorazione, sfruttamento, conservazione e gestione delle risorse naturali, viventi o non viventi, compresa la produzione di energia dalle acque, dalle correnti o dai venti. Non solo, sulla Zee lo Stato costiero ha giurisdizione “in materia di installazione ed uso di isole artificiali o strutture fisse, ricerca scientifica in mare e di protezione e conservazione dell’ambiente marino”. Tutto in un’area che può estendersi fino a 200 miglia dalla linea di base.

In base a questa definizione, è abbastanza evidente che ciò che si sta negoziando tra Italia, Croazia e Slovenia non è una semplice linea immaginaria nell’Adriatico, ma un qualcosa di estremamente concreto che si basa in particolare su esigenze economiche e strategiche. Non è un caso che a Lubiana abbiano subito odorato il rischio di rimanere intrappolata, come spiega Il Piccolo, con possibili svantaggi per il porto di Capodistria. E se a questo si aggiunge il nodo del golfo di Pirano, con la disputa sui confini marittimi con i croati, si capisce perché la Slovenia non sia voluta rimanere in disparte.

Se Lubiana ha ben chiare le sue pretese, la domanda che adesso bisogna porsi è se si possa dire lo stesso anche dell’Italia. Perché a Roma non sembra esserci una strategia ben definita sull’Adriatico. Dopo l’incontro tra Di Maio e Grlic-Radman, la palla è passata a livello di capi di governo, con una serie di telefonate tra Giuseppe Conte, lo sloveno Janez Janša e il premier croato, Andrej Plenković, che sembrano indicare che a Palazzo Chigi qualcosa si stia muovendo. Ma il pericolo che l’Italia possa commettere errori imperdonabili è sempre dietro l’angolo, specialmente quando si tratta di sfruttamento delle risorse e rispetto dei propri diritti.

Il primo fra questi pericoli è rappresentato dal presentarsi al vertice con una Croazia che ha già imposto le proprie condizioni. In questo senso, l’ammiraglio Caffio, sentito per InsideOver, ricorda come la possibilità non sia così remota visto che nel 2003 “senza nemmeno consultarci, la Croazia assunse a confine della colonna d’acqua quello del fondale stabilito tra noi e la ex Iugoslavia nel 1968”. Zagabria decise unilateralmente di marcare una Zona di protezione ecologica e della pesca estendo la propria sovranità per quasi 24mila chilometri quadrati, sospendendone gli effetti dal 2008 solo per i Paesi comunitari. Di fatto, le cose per l’Italia non è che siano cambiate in maniera preponderante. Basti pensare che in questi anni non è stata realizzata nemmeno una Zona di protezione ecologica come fatto, per esempio, nel Tirreno. E questo comporta che il versante italiano dell’Adriatico sia più libero di quello croato, con danni anche per la nostra economica, oltre che per lo stesso ambiente.

Un’anomalia che però rientra nel tipico modus operandi italiano per l’Adriatico, visto che recentemente la moratoria del governo sulle trivellazioni e la ricerca di idrocarburi nel mare che ci divide dalla penisola balcanica ha fatto si che non solo l’Italia abbia immobilizzato la ricerca e lo sfruttamento dei giacimenti presenti nei fondali marini, ma lascia che Croazia e Montenegro, ma anche la Grecia, sfruttino le risorse liberamente. In questo modo l’Italia non soltanto non ha tutelato realmente l’ambiente, visto che i suoi dirimpettai esplorano e scavano senza badare alle remore italiane, ma utilizzano anche giacimenti a cavallo delle linee di frontiera italiane. Oltre al danno la beffa.

Roma non deve dunque apparire come trascinata al summit semplicemente dopo che Zagabria ha espresso la volontà di dichiarare ufficialmente la propria Zee. Perché con la Croazia, pur esistendo continui rapporti di vicinato, ci sono ancora nodi da sciogliere di non poco conto. Uno fra tutti, il tema – troppo spesso taciuto – dei diritti di pesca su Pelagosa, isola dove troppo spesso i pescatori italiani vengono arrestati senza tener conto di quello che spetta all’Italia. Caffio ha tenuto a ribadire che “il riconoscimento dei diritti di pesca a Pelagosa va perseguito come restituzione di diritti negati per 70 anni”, in riferimento agli accordi dopo la Seconda guerra mondiale che prevedevano – per quell’isola – che all’Italia spettassero gli stessi diritti dei pescatori jugoslavi prima del 1941. Tali accordi autorizzavano alla pesca un numero prefissato di barche per determinati periodi dell’anno. E la Croazia, succeduta negli accordi dopo la dissoluzione della Jugoslavia, non ha mai espresso la volontà di rivedere le clausole del trattato, pur continuando a fermare e sequestrare le barche italiane che pescano nei pressi dell’isola come se nulla fosse.

Motivazioni decisamente valide per arrivare a questo summit con le idee più chiare possibili. Il rischio di rimanere intrappolati in una diatriba balcanica è molto alto, con Slovenia e Croazia che cercheranno di strumentalizzare il governo italiano per sfidarsi in duello. In più bisognerà finalmente capire cosa si vuole fare dell’Adriatico: la volontà di accelerare sulle Zee non è un tema di secondaria importanza, e lo dimostrano gli scontri nel Mediterraneo su questo punto. Nel secolo blu, avere il controllo del mare diventa pilastro per qualsiasi strategia nazionale.

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