Joe Biden è sempre di più l’anti Trump. Il Partito democratico degli Stati Uniti è impegnato nella costante ricerca di un “front man” da contrapporre al tycoon. Biden è anziano (è nato nel 1942) e nel 2020 lo sarà ancora di più, ma per ora non si trova di meglio. I democratici hanno provato a rispolverare un Kennedy, ma non è andata bene. La verità è che i neoliberal non sanno che pesci prendere. Bernie Sanders rappresenta una fetta troppo specifica dell’elettorato. Quella socialisteggiante. In più anche lui è un po’ in là con l’età. 

Michelle Obama non è disponibile. Hillary Clinton non è considerata spendibile. Esisterebbero delle figure emergenti, ma Donald Trump è un avversario politico – mediatico ingombrante. Probabilmente troppo per tentare la carta di un Barack Obama 2.0. Servono certezze. Alle elezioni mancano ancora due anni, ma Biden ha dichiarato che scioglierà la riserva entro la fine dell’anno corrente. Intanto c’è la competizione di metà mandato del prossimo ottobre. Biden, che si sta caricando il partito sulle spalle, appare sempre più sulle cronache politiche nazionali.

Se i repubblicani dovessero perdere la maggioranza in uno o in entrambi i rami del Parlamento, la strada per le riforme promesse da The Donald si farebbe complicata. Già adesso non è semplice per via della mancata unità del Partito Repubblicano. Paul Ryan, lo speaker della Camera, ha annunciato che abbandonerà il suo seggio parlamentare. Una scelta che ha alimentato le voci di possibili primarie anche in casa repubblicana. Nonostante Trump abbia vinto le ultime presidenziali, questo rimane uno scenario plausibile. Trump, con la scelta di John Bolton alla sicurezza nazionale e l’uscita dal trattato con l’Iran sul nucleare, ha confermato la sua “normalizzazione”. Un percorso che potrebbe non bastare a convincere i repubblicani più scettici. 

Joe Biden, intanto, lavora da dietro il palcoscenico. Nel caso i democratici dovessero vincere le elezioni di metà mandato, questa vittoria potrebbe essere ascritta alla sua leadership. Nessuno si sta impegnando come lui. Un bel credito da vantare nelle future elezioni interne. L’ex vicepresidente ai tempi di Obama è arrivato a difendere John McCain dalle parole proferite sul suo caso dalla Casa Bianca. L’ex candidato presidente dei repubblicani aveva detto di non volere Donald Trump al suo funerale, tanto da preferire Obama. Kally Sadaler, assistente personale del Tycoon, aveva replicato che “tanto sta morendo”, riferendosi all’eroe di guerra americano. McCain, nel Gop, è l’oppositore numero uno di The Donald. Fa parte di quell’estabilshment di cui è membro anche Joe Biden, ma si è mosso, fino a che la salute glielo ha consentito, dall’altro lato del bipartitismo. 

La sensazione è che la vittoria di Trump continui a non andare giù a molti. Un “imprevisto della storia” che ha spiazzato i “poteri forti”. Tanto dalle parti del Gop quanto da quelle del Partito Democratico. Biden è un liberal pragmatico. La sua candidatura sarebbe in assoluta continuità con la presidenza di Barack Obama. Si dice che non abbia partecipato alla corsa di due anni fa solo per non dividere ancora di più il partito. La Clinton è andata in difficoltà con Sanders. Contro Joe Biden avrebbe potuto perdere. E poi c’è la storia della tragica scomparsa del figlio di Biden. Una sofferenza troppo grande per poter affrontare qualunque competizione. Adesso, però, Biden è diventato il più attivo tra i democratici. Muoversi con questa frequenza, senza pensare sul serio a una candidatura alla presidenza degli Stati Uniti, risulterebbe poco spiegabile.

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