L’eredità dell’Impero Romano? Ha plasmato l’Europa e l’Occidente. La Res Publica? Ha reso realtà l’ideale e pluribus unum, l’unità nella diversità. Il Vecchio Continente? Nella sua grandezza e tragicità, l’ha plasmato Roma. Tanto che “se le legioni avessero varcato il Reno, il fiume non avrebbe avuto un ruolo così tragico nella storia del nostro continente, e non sarebbe stato teatro di orribili massacri fra germanofoni e francesi. […] È proprio a causa di quei massacri che siamo tuttora impegnati nella grande impresa che è l’Unione Europea, il cui scopo dichiarato, nel 1957, era che Francia e Germania si legassero indissolubilmente, tanto da non entrare mai più in guerra”. Chi scriveva queste parole, nel 2006, era l’attuale premier britannico Boris Johnson, allora ex editorialista dello Spectator e del Daily Telegraph membro della coalizione parlamentare del Partito Conservatore e prossimo a preparare l’ascesa alla carica di Sindaco di Londra.

Johnson si è sempre definito molto più “europeo” che europeista: lo storico caporedattore del conservatore Telegraph aveva più volte, da Bruxelles, criticato l’Unione Europea che si limitava a legislazioni pedisseque spronandola a pensare in grande, riscoprendo il sogno di grandezza di Roma. E proprio Il sogno di Roma è il nome del saggio del 2006 con cui BoJo promosse la sua riflessione sull’eredità romana del Regno Unito e dell’Europa, mettendo da parte ogni richiamo all’ascendenza anglo-sassone del suo Paese e immaginando che l’Ue, da lui poi combattuta durante il referendum della Brexit dieci anni dopo, si proiettasse come “nuovo impero” nel Mediterraneo e a Oriente. Arrivando, perfino, a accogliere al suo interno la Turchia per consolidare l’identificazione tra spazio romano e spazio europeo.

Tali discorsi sembrerebbero lontani anni luce. Ma Johnson, premier che sull’onda lunga della Brexit ha consolidato il suo successo, che ha concretizzato alle urne prima e nei palazzi poi il progetto di distacco da Bruxelles e che anche solo negli ultimi giorni ha minacciato strappi sul memorandum sull’Irlanda e sulle forniture di gas, ai margini del recente summit Nato di Madrid ha rispolverato, in un certo senso, la sua idea “romana”. Boris Johnson ha dichiarato di essere desideroso di stringere un’alleanza politica libera tra leader europei, mediterranei e nordafricani, paragonandola all’Impero Romano nel suo fasto e di superare le ristrettezze dell’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (Osce) ostacolata, a suo avviso, dalla presenza della Russia al suo interno.

Boris Johnson ha seguito e reso più immaginifica la proposta di Emmanuel Macron per creare nella regione una Comunità politica europea suggerendone la creazione sotto forma di una visione moderna dell’impero romano, che comprenda la Turchia e altri stati chiave del Nord Africa, nel tentativo di rafforzare l’unità regionale.

Al vertice del G7 in Germania, nota il Financial Times, “l’Eliseo ha dichiarato che il primo ministro britannico aveva mostrato interesse per il piano del presidente francese durante un incontro bilaterale”. Immaginazione politica e ragioni geopolitiche e strategiche si saldano apertamente in questa scelta entusiasta di BoJo di dare semaforo verde all’idea di Macron di consolidare i rapporti tra l’Europa e il Mediterraneo includendo quel Regno Unito che dall’Ue è uscito senza fare complimenti.

Il primo obiettivo è di consolidamento del contenimento antirusso. Johnson sa che solo plasmando attorno al blocco occidentale i destini di sviluppo e di crescita dell’area mediorientale e mediterranea si potrà tagliare l’accesso della Russia ai mari caldi e confinarla entro il Mar Nero e l’Est.

Il secondo obiettivo è quello di presentare la sua capacità d’azione nel quadro del rinnovato attivismo della Nato. Da cui Johnson vuole trarre dividendi strategici per il suo progetto di una Global Britain. La quale vuole rimettere piede anche nel Mediterraneo dopo aver toccato il Medio Oriente, l’India, l’Indo-Pacifico con Aukus. La Comunità Politica Europea può parafrasare il senso della Nato consentendo di tenere i russi fuori, i britannici dentro (al concerto politico europeo) e i franco-tedeschi con i loro sogni di autonomia strategica sotto sorveglianza.

Il terzo punto è quello legato all’obiettivo di “rinverdire” i fasti imperiali. Johnson si vede nuovo Winston Churchill chiamato a ridare a Londra una missione. E la Gran Bretagna imperiale, nell’era dell’espansione globale non poteva fare a meno di guardare a Roma, rispetto alla quale non gli riuscì di plasmare a una narrazione comune le nazioni del Vecchio Continente: “da qualsiasi prospettiva la si guardi Waterloo non significherà mai la stessa cosa per un britannico e per un francese. Per tutto il mondo romano, invece il nome di Azio – la battaglia navale che concluse la guerra civile tra Ottaviano e Marco Antonio – significava la stessa cosa: aveva un unico, chiaro e immutabile valore politico e questo grazie all’operato di Virgilio e dei poeti auguste”, scriveva nel saggio su Roma BoJo.

Infine, Johnson, che guida il campo degli antirussi anche sul fronte retorico, sa che il blocco occidentale deve garantire un’unità di intenti per persuadere le nazioni neutrali e riluttanti a sposare il distacco da Mosca. E quale scelta migliore, pensa il premier, di un asse politico, strategico e diplomatico con chiari richiami storici e ideali per rivitalizzare questo processo? L’idea di Johnson è ambiziosa e con chiari richiami strumentali. Ma mostra l’indubbia capacità del premier di pensare in grande anche in una fase di acuta difficoltà sul fronte interno ed internazionale. Forza di un leader con mille vite politiche che con l’agenda globale vuole far dimenticare le debolezze dell’agenda nazionale del suo governo, in un continuo gioco al rialzo delle ambizioni che ritiene fondamentale per rendere Londra in grado di essere all’altezza della sua storia.

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