Kamala Harris ha annunciato la sua candidatura alle primarie democratiche che inizieranno con i caucus in Iowa più o meno tra un anno.

La notizia era nell’aria, ma quello della Harris è il primo vero nome di peso tra coloro che hanno già sciolto la riserva. Oltre a quello della Warren – si capisce – ma la senatrice liberal è meno accreditata rispetto all’esponente afro/indo americana. Vedremo perché. 

La prima dichiarazione da candidata – intrisa di immaginario obamiano – è stata riportata dall’Adnkronos: “Il futuro del nostro Paese – ha detto la Harris – dipende da voi e da milioni di altri che levano la nostra voce per combattere per i nostri valori americani. Ed è per questo che mi candido alla presidenza degli Stati Uniti”. Sembra di ascoltare di nuovo l’ex presidente degli Stati Uniti ed è proprio quello che sperano i finanziatori e gli elettori democratici che piazzeranno le loro fiches sulla vittoria della californiana.

L’ex procuratrice distrettuale non ha scelto un giorno a caso. Avesse voluto giocare d’anticipo avrebbe fatto come Elizabeth Warren, cioè avrebbe annunciato la sua candidatura a fine 2018, ottenendo dei vantaggi in materia di finanziamenti elettorali. Oggi, 21 gennaio, si commemora la figura di Martin Luther King. Kamala Harris non è un’esponente estremista, ma può dialogare – forse meglio di chiunque altro per via della sua vicenda personale – con le minoranze che nel frattempo stanno assumendo un peso determinante nella politica americana.

La stratigrafia elettorale statunitense sta facendo registrare due fenomeni: lo spostamento di percentuali rilevanti di cittadini americani verso le città finanziarizzate – che è un effetto della globalizzazionee che influsice sui risultati – e la partecipazione sempre più assidua degli afroamericani, degli hispanici e dei cosiddetti “nativi”. Hillary Clinton non è riuscita a mobilitare quelle fasce elettorali. Gli asinelli confidano adesso nella Harris, che viene da una famiglia di migranti e ha origini indo – giamaicane. Chi, quindi, meglio di lei? Ma Kamala Harris non è solo una progressista contraria al muro in Messico: è in grado di guardare anche alle istanze centriste. 

Politico, all’interno di questo articolo, ha ben spiegato come la senatrice abbia intenzione di presentarsi agli americani facendo leva sulla “forza tranquilla” che rappresenterebbe, pur tenendo la barra dritta rispetta allo stato di diritto, che la presidenza Trump avrebbe messo in discussione. Già, il Tycoon non ha alcuna difficoltà a sbeffeggiare la Warren su Twitter, ma con la Harris la partita si annuncia complicata.

La senatrice è il profilo più simile a Michelle Obama che rimane la donna più amata dagli americani. L’unico limite, evidenzia sempre Politico, è un certo garantismo esasperato che potrebbe allontanare i consensi delle frange socialiste. I dadi – per rimanere nella metafora – sono nelle mani di Joe Biden: il destino della Harris dipende pure da cosa deciderà di fare l’ex vicepresidente di Obama. Le voci che circolano, però, non consentono di distribuire certezze: Barack avrebbe scelto Beto O’Rourke come “suo” candidato. La Harris, in caso di mancata candidatura da parte di Biden, avrebbe serie chances di ottenere la nomination

Donald Trump lo sa e possiamo immaginare, già da ora, che non ci scherzerà sopra. 

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