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A pochi mesi dal voto il Pakistan rischia di piombare a tutta velocità nel caos. Il partito radicale del Tehreek-e-Labbaik continua a volare nei sondaggi; difficilmente riuscirà ad ottenere la maggioranza, ma insidia in maniera sempre più preoccupante i partiti moderati che troppo tardi si sono accorti del baratro in cui rischia di precipitare il Paese. L’islamismo radicale, da sempre spina nel fianco della fragile democrazia pakistana, in queste elezioni ha assunto le fattezze terribili e carismatiche di Khadim Hussain Rizvi, il chierico dall’oscuro passato che in più di un’occasione è riuscito a mettere in imbarazzo il governo grazie alla sua incredibile capacità di mobilitare in brevissimo tempo migliaia di seguaci.

L’assedio di Faizabad

In novembre era stato proprio Rizvi ad organizzare il sit-in di Faizabad. Per diverse settimane l’autostrada che collega Islamabad a Rawalpindi è stata letteralmente invasa dagli zeloti del mullah che hanno bloccato l’accesso ai mezzi che garantivano l’approvvigionamento della capitale. I manifestanti allora chiedevano a gran voce la testa del ministro Zahid Hamid, colpevole di aver omesso, dal testo di un disegno di legge, il nome del Profeta Muhammad. La crisi era infine rientrata, non senza conseguenze: oltre ai morti e ai feriti causati dagli scontri con le forze di sicurezza pakistane, il ministro fu costretto a rivedere il proprio disegno di legge e a rassegnare le dimissioni.

Per Rizvi e i suoi si trattò di una vera e propria vittoria. Una vittoria che dimostrò l’incapacità del governo repubblicano di affrontare seriamente il problema del radicalismo islamico, svelando la totale inconsistenza della classe politica pakistana travolta da giganteschi scandali legati alla corruzione. Né Rizvi né altri suoi seguaci subirono alcun processo e nessuno fu mai accusato di nulla. Tutte quelle migliaia di manifestanti in pochi attimi si dileguarono, così come erano apparsi per le strade di Faizabad, al segnale convenuto.

Rizvi non ha dovuto far altro che approfittare della fragilità dei partiti moderati per farsi pubblicità in vista delle elezioni. La maggior parte delle formazioni estremiste sono rapidamente confluite all’interno del partito di Rizvi che ora vola nei sondaggi oscurando, con le sue ali nere il futuro del Pakistan. Dall’altra parte della barricata, l’amministrazione uscente, travolta dagli scandali, insieme ai partiti moderati si sono coalizzati contro questa minaccia in barba e turbante e sono passati all’attacco. In seguito alle indagini relative al sit-in di Faizabad, il tribunale anti-terrorismo di Islamabad ha emesso diversi mandati di arresto nei confronti di Rizvi e dei suoi più stretti collaboratori. Nessuno degli imputati però si è mai presentato davanti al tribunale e nessuno sa dove Rizvi si trovi in questo momento.

Le “troppe ombre” di Rizvi 

In molti in Pakistan si chiedono come abbia fatto un chierico semi sconosciuto ad arrivare ai vertici del più importante partito di opposizione in meno di un anno e mettere in scacco una delle più popolose città del mondo senza alcun apparente appoggio esterno. La Corte Suprema ha dunque ordinato all’Intelligence di indagare su Rizvi, sui suoi legami con Stati stranieri e sulle sue misteriose fonti di reddito.

Nei giorni scorsi il rapporto è stato reso pubblico e la lettura delle 46 pagine rivela un quadro sconcertante. L’Inter Service Intelligence (Isi) ha evidenziato come Rizvi sia stato appoggiato più o meno apertamente da elementi politici e religiosi vicini alle frange più violente del terrorismo locale e internazionale.

Dopo aver esaminato il rapporto, il giudice responsabile delle indagini, si è detto “preoccupato per le sorti del Paese” .

Secondo l’ISI, Rizvi ha raccolto, prima del sit-in una cifra superiore alle 10 milioni di rupie. Ai fedeli delle madrasse fu chiesto di partecipare attivamente alla manifestazione di Faizabad oppure di fornire alle associazioni islamiche una cifra pari a 300 rupie. Dietro la raccolta di questo denaro, i servizi segreti fanno il nome di Ashraf Asif Jalali, già noto all’opinione pubblica pakistana per essere l’organizzatore delle proteste contro Asia Bibi, la donna cristiana accusata ingiustamente di blasfemia e in attesa di condanna a morte.

Tutta la galassia di sigle radicali islamiche si è mossa in aiuto di Rizvi: a fornire supporto ai manifestanti e ingrossare le fila del sit-in c’era la Awami Muslim League di Rasheed Ahmed (già noto per i suoi contatti con la cellula terroristica che colpì Mumbai nel 2008), c’era Ijaz-ul Haq, un personaggio che in più di un’occasione giustificò il ricorso ad attentati suicidi per “difendere il sacro onore dell’Islam”. La cosa che più sorprende è vedere che alla manifestazione parteciparono anche tutti i pensatori religiosi vicini al partito nazionalista (ma teoricamente lontano dalle posizioni più estremiste) Tehreek-e-Insaf (PTI), guidato dall’ex stella del cricket Imran Khan.

IL rapporto dell’ISI continua, spiegando come si sia fatto poco o nulla per evitare il caos di Faizabad. In alcuni casi, esponenti delle autorità civili hanno fornito assistenza ai manifestanti. Sei avvocati e diversi leaders sindacali hanno aiutato i manifestanti che sono riusciti a “rubare” elettricità dalla sede della CDA (ente pubblico dell’energia elettrica), nel più assoluto silenzio dell’azienda. Il proprietario di una TV locale si è addirittura speso in prima persona per fornire cibo e vettovagliamento agli islamisti che assediavano la capitale. Il sospetto è che perfino la polizia abbia agevolato l’approvvigionamento dei manifestanti mentre la capitale era al collasso.  Nessun dettaglio invece è stato fornito riguardo alle fonti di reddito di Rizvi. Per questo il giudice ha dichiarato le indagini “insoddisfacenti”.

Uno Stato al collasso

L’incapacità di reagire da parte dell’establishment contro questo tipo di prevaricazioni è indice del fatto che il Paese deve ancora fare i conti con un certo tipo di Islam violento. Non stupisce più di tanto che Rizvi e i suoi si rifiutino di presentarsi davanti alle autorità giudiziarie. L’impunità è routine in un Paese come il Pakistan. Tutto questo è “normale” in uno stato malato come questo, ultimamente abbandonato anche dal suo principale alleato statunitense. Basti pensare a quello che è accaduto con l’ex presidente Parvez Musharraf quando riuscì ad uscire dal Paese senza alcun problema, pur pendendo sulla sua testa un mandato di cattura. Mentre lo stesso era a Dubai, qualcuno all’interno dell’ambasciata pakistana rinnovò addirittura il suo passaporto. Anche l’ex ambasciatore negli Stati Uniti, accusato di alto tradimento, si presentò all’aereoporto e partì verso i paesi del golfo, senza che nessuno muovesse un dito per fermarlo.

Rizvi è dunque soltanto uno dei tanti casi, sintomi di questa malattia, che lentamente ha contagiato il Pakistan e che lo ha reso sempre più simile agli altri stati falliti dell’area. Uno stato corrotto fin nelle fondamenta, dove islamisti della peggior specie possono mettere sotto scacco città intere, dove leader politici si rifiutano di sottostare alla più elementari regole democratiche, dove chi osa difendere le minoranze religiose viene ucciso in mezzo alla strada. Le elezioni si avvicinano, e il Pakistan ha poco tempo per disinnescare una bomba che rischia di esplodere da un momento all’altro.

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