Dai confini contesi sulle montagne del Kashmir e dalle vette dell’Himalaya-Karakorum fino ai “fronti interni” delle rispettive metropoli ed aree calde la lunga, logorante e permanente guerra latente tra India e Pakistan anima da decenni una delle aree più calde del pianeta e a più riprese, anche negli ultimi anni, ha prodotto un confronto diretto tra le due potenze nucleari dell’Asia meridionale.

Negli ultimi anni, in particolare, a destare preoccupazioni erano state le manovre del governo nazionalista indiano di Narendra Modi che, dando forma al principio-guida dell’Hindutva che plasma l’azione del Partito del popolo indiano (Bjp), ha revocato unilateralmente l’Articolo 370 della Costituzione che garantiva uno status speciale alla regione del Jammu e Kashmir, aprendo a un durissimo braccio di ferro con il rivale Pakistan. Il quale a sua volta non ha mai desistito dal garantire sostegno e appoggio attivo ai gruppi di insurrezione attivi nella regione e a fornire santuari a organizzazioni ritenute terroriste da Nuova Delhi, a sua volta attiva nel promuovere indirettamente la causa dei separatisti dal Balochistan nel Sud del Pakistan. La rivalità a tutto campo ha visto il coinvolgimento anche della Cina, che punta fortemente su Islamabad come partner strategico, e degli Stati Uniti, sempre più attenti a coltivare la relazione con l’India.

Khan cerca la distensione

Nelle ultime settimane il premier pakistano Imran Khan ha però fatto un primo passo nella direzione dell’apertura al confronto con l’India. Islamabad è in una fase di acuta crisi, il Pakistan ha appena dovuto chiedere la riattivazione delle linee di credito del Fondo monetario internazionale nel quadro di un prestito da 6 miliardi di dollari, il consenso del primo ministro è a rischio a causa della ridotta crescita delle prospettive economiche e sociali della popolazione. Il capo dell’esercito pakistano Qamar Javed Bajwa è ritenuto essere tra i principali fautori della strategia distensiva del governo, anticipata da una serie di mosse concilianti poste in essere sul confine conteso del Kashmir culminate lo scorso mese nell’accordo per un cessate il fuoco nella guerra a bassa intensita non dichiarata nei territori contesi. Nella giornata del 30 marzo Khan ha scritto a Modi proponendo un dialogo “orientato ai risultati” e “pacifico” tra le due potenze per risolvere le questioni in sospeso. Una settimana prima il solitamente austero Modi aveva augurato al Pakistan una buona celebrazione della festa nazionale e in precedenza, quando l’omologo di Islamabad aveva contratto il Covid, gli aveva augurato una rapida guarigione.

Possono sembrare piccole notizie ma nel contesto del complicato e turbolento scenario indo-pakistano tali abboccamenti hanno la misura di passi da gigante. Non dimentichiamo che da anni la retorica battagliera delle due capitali individua in Islamabad per l’India e in Nuova Delhi per il Pakistan un nemico esistenziale, un avversario ontologico, narrato dalla propaganda dei rispettivi governi come profondamente malvagio. Retaggio delle antiche ferite legate alla divisione traumatica della regione tra indù e musulmani e di una storia pluridecennale di conflitti, a cui il comune possesso di armi atomiche ha aggiunto un nuovo, inquietante velo.

Le prospettive di un accordo

E non a caso le offerte di pace provengono con maggiore insistenza da un Pakistan che non è solo il Paese meno forte sul piano economico, militare e demografico ma anche uno Stato affetto da una grande multipolarità interna, dalla presenza di enclave jihadiste, insorgenze interne e gruppi fondamentalisti che ne mettono perennemente a repentaglio l’unità. Khan ha probabilmente colto il vantaggio di virare sulla pacificazione con l’India, o perlomeno su un chiarimento della rivalità, le energie tendenzialmente utilizzate per agitare lo spettro della contrapposizione. Oltre che per puntare sul sostegno delle grandi comunità musulmane che nel gigante del subcontinente da tempo subiscono il rischio di una marginalizzazione sociale perché associate dal governo Modi a “quinte colonne” pakistane.

Con Modi nella prospettiva di poter governare fino al 2024 in totale serenità e una prospettiva aperta da qui al 2023, anno delle prossime elezioni pakistane, Khan vuole cogliere la lunga finestra di dialogo che si aprirà per ottenere risultati significativi. Da costruire, in entrambi i Paesi, è il consenso interno. Apparati rivali e strutture militari, politiche e d’intelligence plasmate dalla rivalità emergenziale tra India e Pakistan in entrambi i Paesi remeranno sicuramente contro ogni possibilità di pacificazione. Quando il comitato di coordinamento della politica economica del governo pakistano ha aperto alla possibilità di autorizzare nuovamente l’importazione di cotone e zucchero dall’India come gesto distensivo, il governo di Khan non ha visto la possibilità di costituire al suo interno un consenso solido per dare applicazione al progetto. Il ministro degli Esteri Shah Mahmood Qureshi, in particolare, ritiene prioritario per l’inizio del dialogo il ripristino da parte dell’India dell’autonomia per il Kashmir, premessa per una risoluzione internazionale della questione.

Gli Emirati faranno da mediatori?

I due Paesi hanno bisogno di tempo per dialogare e incontrarsi. E in questo contesto, alle spalle di entrambi si sta muovendo un mediatore di primaria importanza: il governo degli Emirati Arabi Uniti. Il generale Bajwa si è già rivolto a gennaio al sovrano Mohammed bin Zayed al-Nahyan e al suo consigliere per la sicurezza nazionale Sheikh Tahnoon bin Zayed al-Nahyan per mediare il cessate il fuoco e Dubai potrà tornare in campo come piattaforma di dialogo e partner importante per entrambi i Paesi.

L’India e gli Emirati hanno un commercio bilaterale di circa 60 miliardi di dollari l’anno, cooperano in diversi settori (dalla difesa alla tecnologia passando per il settore dei trasporti), sono attive con proficui contatti a livelli di intelligence nel contrasto al terrorismo e hanno visto il loro rapporto amplificarsi dopo l’ascesa al potere di Modi. Dopo una fase di stallo, anche i rapporti pakistano-emiratini si stanno rafforzando negli ultimi anni con la promozione dell’investimento da 5 miliardi di dollari di Dubai nel Balochistan finalizzato al progresso economico e alla stabilizzazione della tormentata regione del Pakistan avviato nel 2019. 

Gli Emirati, dunque, saranno decisivi per decidere se Khan e Modi sapranno riuscire laddove il Generale Pervez Musharraf e l’ex premier indiano Atal Bihari Vajpayee fallirono a inizio Anni Duemila: siglare un accordo a tutto campo per risolvere la questione del Kashmir e normare le relazioni bilaterali, troppo spesso tumultuose e pericolose per entrambi i Paesi, figli di una stessa civiltà divisi dalle grandi questioni politiche dell’era contemporanea. Il Financial Times ha indicato i punti su cui il riavvicinamento tra i due Paesi può, con il sostegno di Dubai, prendere forma: gli obiettivi di fondo sarebbero la riapertura dei confini, la definizione di piani di risposta comune alla pandemia, l’organizzazione di esercitazioni congiunte antiterrorismo in Pakistan e, in prospettiva, un incontro bilaterale Khan-Modi da realizzare entro dodici mesi. India e Pakistan hanno dunque una prospettiva di pacificazione. Complessa, tormentata, in salita: ma questa prospettiva esiste. Ed è una notizia fondamentale per la loro tormentata e cruciale area di mondo.

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