L’obiettivo di Kim Jong-un è sempre stato uno: essere riconosciuto come leader al pari di tutti gli altri. E il summit di Singapore con Donald Trump del 12 giugno è un banco di prova importantissimo. Se riesce, per Kim potrebbe essere l’inizio della sua partecipazione alla comunità internazionale. Non più solo Cina e Russia, Paesi storicamente amici: si aprirebbero le porte verso incontri con i capi di Stato di tutto il mondo.

Per questo motivo, l’incontro potrebbe diventare essenziale. Non solo per ovvie ragioni legate alla crisi in Corea e alla pace fra Pyongyang e Washington, ma anche per l’effetto-domino che potrebbe scatenare questa decisione.

E in questo effetto-domino, potrebbe rientrare anche l’invito ufficiale rivolto a Kim per parlare all’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Come riporta il quotidiano cinese South China Morning Post, Michael Green, analista del Centre for Strategic and International Studies, ha dichiarato che il Segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, potrebbe invitare Kim all’Assemblea generale a settembre.

Dello stesse parere, sempre sulle pagine del quotidiano di Hong Kong, Victor Cha, ex direttore degli affari asiatici del Consiglio di sicurezza nazionale del Presidente Usa George W. Bush.

Dal Palazzo di Vetro, per adesso, non filtrano conferme. Ma non arrivano neanche smentite. E sono in molti a credere che nel caso in cui il summit di Singapore fosse foriero di buone notizie, l’Onu potrebbe invitare realmente Kim a rivolgersi ai delegati del resto del mondo.

Una vittoria per Kim

Qualora dovesse avverarsi tutto questo, per Kim sarebbe una vittoria d’immagine su tutta la linea. Non soltanto vorrebbe dire aver avuto un colloquio positivo con Trump, ma significherebbe entrare di diritto nel consesso internazionale. E dopo decenni di isolamento, il muro costruito da e intorno Pyongyang potrebbe iniziare a sgretolarsi, consegnando una Corea del Nord di nuovo riconosciuta come interlocutore credibile.

Kim ha sempre voluto questo. E la sua strategia nucleare, vera e propria assicurazione sulla vita, gli serviva a questo scopo. Non dichiarare guerra al mondo, come superficialmente detto da molti osservatori, ma per imporsi come leader riconosciuto nel panorama internazionale. Prima al tavolo delle potenze nucleari, poi, come ulteriore effetto, al tavolo dei negoziati alla pari di qualsiasi altri capo di Stato.

Una missione che sembrava impossibile fino a qualche anno fa, ma che adesso sembra poter diventare una realtà. E se davvero dovesse essere invitato a New York di fronte all’Assemblea generale, per la Corea del Nord sarebbe un segnale inequivocabile del cambiamento in atto.

Segnali positivi da Washington

Guterres ha sempre sostenuto con forza la possibilità di un vertice Usa-Corea del Nord. Il segretario Onu fu uno dei primi a condannare la decisione di Trump di annunciare l’intenzione di cancellare il summit. E le Nazioni Unite hanno sempre invitato entrambe le nazioni a proseguire il dialogo per la denuclearizzazione della penisola coreana.

A questo forte impegno delle Nazioni Unite, vanno aggiunte le parole di Trump durante la conferenza stampa congiunta con il primo ministro giapponese Shinzo Abe. Il presidente americano in quell’occasione disse che avrebbe potuto invitare Kim negli Stati Uniti a seconda del risultato del loro incontro a Singapore. “Sì, se va tutto bene, penso che potrebbe accadere”, dichiarò The Donald.

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