Henry Kissinger torna a far parlare di sé. L’anziano diplomatico 99enne, ex Segretario di stato americano, dopo aver dichiarato al World Economic Forum di Davos che l’Occidente dovrebbe smettere di cercare di infliggere una sconfitta schiacciante alla Russia – suggerendo indirettamente che l’Ucraina dovrebbe cedere i territori che Mosca controlla sin dal 2014 – torna ad analizzare la guerra in Ucraina e le prospettive geopolitiche internazionali nel suo ultimo libro, Leadership: Six Studies in World Strategy, in uscita il 5 luglio. Come riporta il Corriere della Sera, nel suo ultimo saggio il diplomatico della “realpolitik” racconta sei esempi di capacità di guida politica – da Adenauer a De Gaulle, da Nixon a Sadat, da Lee Kwan Yew a Margaret Thatcher – presentati in anteprima ai corrispondenti della capitale britannica.

“I leader – scrive Kissinger – pensano e agiscono all’intersezione di due assi: il primo tra passato e futuro, il secondo tra i valori e le aspirazioni dei popoli che guidano. Devono bilanciare quel che sanno, che è necessariamente derivato dal passato, con quello che intuiscono del futuro che è intrinsecamente incerto e basato su congetture”.

Le parole di Kissinger su Putin

Kissinger racconta della sua esperienza diretta con il presidente russo, Vladimir Putin, che fu ospite a cena a casa sua, a Washington, DC. “Rispettavo la sua intelligenza – afferma riferendosi al leader del Cremlino – era un attento calcolatore dal punto di vista di una società che lui interpretava come sotto assedio da parte del resto del mondo. L’ho trovato un intelligente analista della situazione internazionale dal punto di vista russo: che rimarrà tale e che dovrà essere considerato quando la guerra finirà”. Per questo motivo, secondo l’ex Segretario di stato, va sconfitta e combattuta l’invasione russa dell’Ucraina ma non “la Russia come stato e come entità storica”. Quando la guerre finalmente finirà, dunque, la questione del rapporto fra Russia ed Europa “andrà presa molto seriamente”.

Secondo Kissinger, dunque, la diplomazia occidentale e quella russa devono lavorare affinché Mosca torni a far parte del “sistema europeo”, poiché la “Russia deve svolgere un ruolo importante”. Questo perché la Russia vede sé stessa, “come una estensione dell’Europa o come un’estensione dll’Asia ai margini dell’Europa”. Quanto all’invasione russa dell’Ucraina, secondo l’anziano diplomatico, senza giustificare alcunché, “l’Occidente è stato poco sensibile ad offrire l’ingresso nella Nato all’Ucraina, perché questo significava che tutta l’area tra il muro di Berlino e il confine russo sarebbe stata riempita dalla Nato, inclusi i territori da cui nella storia sono state lanciate aggressioni contro la Russia”.


L’equilibrio di potere secondo il diplomatico

Per capire le parole di Kissinger occorre conoscere i suoi studi e il suo pensiero. Nell’ambito delle relazioni internazionali Henry Kissinger è considerato un “realista” atipico. Sebbene venga spesso annoverato tra i più illustri esponenti del “realismo politico” –  e solo in parte è così – è piuttosto difficile incasellare e circoscrivere Henry Kissinger, uno dei personaggi più importanti del ‘900, in una definizione precisa, sebbene l’etichetta “realista” (o “Realpolitik”) abbia assunto, nel tempo, contorni piuttosto elastici.

Era amico di Hans Morgenthau, il padre del realismo, anche se i due ebbero non pochi attriti nel corso degli anni, soprattutto sulla guerra del Vietnam, che Morgenthau ha sempre considerato un errore. “Non c’era pensatore che significasse di più per Kissinger di Morgenthau”, osserva tuttavia Barry Gewen in una biografia dedicata al diplomatico di origini bavaresi. In effetti, l’anziano diplomatico è sempre rimasto convinto del fatto una nazione debba identificarsi e agire in base ai propri interessi nazionali piuttosto che intraprendere “crociate morali”. Più Theodore Roosevelt che Woodrow Wilson, dunque.

Quando si parla di realpolitik nell’era moderna, il nome di Kissinger – consigliere per la sicurezza nazionale del presidente Nixon dal gennaio 1969 al novembre 1975 e segretario di stato per Nixon e poi presidente Ford, dal settembre 1973 al gennaio 1977 – di solito viene naturale. Quando ricoprì la carica di Segretario di stato, l’uso della parola realpolitik si diffuse e fu più popolare, più che mai, nella sfera pubblica. Come ha scritto lo storico Walter Laqueur nel 1973, uno degli effetti collaterali dell’ascesa all’eminenza di Kissinger fu infatti un improvviso risveglio di interesse per Lord Castlereagh e il conte Metternich, innescato dal libro di Kissinger del 1957, A World Restored. Tuttavia, la peculiarità di Kissinger sta proprio nel fatto che sarebbe un errore etichettarlo e circoscriverlo in una determinate corrente di pensiero, quando fra i suoi riferimenti vi sono pensatori come Immanuel Kant, Oswald Spengler e Arnold Toynbee. Come sosteneva lo stesso Kissinger, c’era una tendenza “assolutista nel realismo americano”. Ciò aveva creato, a suo dire, “una distanza sempre maggiore tra gli autodefiniti “realisti” e i responsabili dell’esercizio del potere. Meglio dunque parlare di equilibrio di potere e di interesse nazionale: questi sono i pilastri dell’azione diplomatica e del pensiero del “Professor Henry”, anche a 99 anni.

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