Il 15 aprile due auto della polizia del Kosovo sono state attaccate con granate e un fucile d’assalto AK-47 nei pressi di un posto di blocco al confine con la Serbia. Il ministro degli affari interni Xhelal Svecla li ha definiti “atti terroristici” allo scopo di spaventare gli agenti di polizia e i cittadini del Kosovo. Dietro a questi eventi si celano, però, ragioni di diversa natura.

L’agguato del 15, preceduto da altri tre incidenti dal 13 al 14, avvenuto all’incirca alle 7.40 durante il cambio del turno, è stato l’attacco più grave. Ci sono stati lanci di granate e spari in direzione di due macchine e nelle fotografie mostrate durante la conferenza stampa straordinaria si vedono i colpi d’arma da fuoco nei finestrini. Sia gli incidenti precedenti che l’attacco di metà aprile sono avvenuti nella zona tra Zubin Potok, comune a maggioranza serba, e la strada che porta al valico di frontiera di Brnjak. Markenc Lorenci, dottore di ricerca presso l’Università di Roma Tre, ci ha aiutato a capire e interpretare quanto affermato dal primo ministro degli affari interni insieme al direttore della polizia del Kosovo durante la conferenza stampa.

La zona è nota per il contrabbando. La chiusura di alcune strade secondarie che facilitavano il traffico illegale delle merci potrebbe essere identificata come la ragione principale degli attacchi. L’etichetta “terrorismo” dietro ai fatti di Zubin Potok potrebbe essere legata all’utilizzo di armi da fuoco. Il ministro dell’Interno kosovaro ha puntato il dito contro Belgrado, accusato di essere responsabile diretto. Svecla ha insistito sulla volontà manifestata negli ultimi mesi di risanare l’area e non lasciare che diventi una zona dedita al crimine, il che, a suo dire, andrebbe a scontrarsi con le mire della Serbia. Lo stesso Albin Kurti, primo ministro del Kosovo, ha rimarcato che si tratta di azioni finalizzate a destabilizzare il Paese.

Giorgio Fruscione, analista dell’ISPI esperto di Balcani, ha spiegato a InsideOver che potrebbe esserci un effetto simbolico da un punto di vista retorico. Per anni la narrazione è stata invertita: era Belgrado a chiamare “terroristi” gli eserciti di liberazione del Kosovo durante la guerra. Adesso, anche se non c’è certezza sul coinvolgimento della Serbia, utilizzare questa terminologia può aumentare lo scontro politico tra i due Paesi.

Già  nei mesi precedenti la polizia kosovara era stata attaccata durante i pattugliamenti. La popolazione serba ha protestato il 13 ottobre 2021 contro l’operazione della polizia kosovara, che da mesi è impegnata a contrastare il contrabbando al confine. I manifestanti nei centri di Kosovska Mitrovica e a Zvecan hanno bloccato alcune strade e lanciato sassi e altri oggetti contro gli agenti, che hanno risposto con lacrimogeni e bombe assordanti. Nel mese di febbraio, invece, erano stati trovati ostacoli di legno in diverse strade durante i pattugliamenti. Le similitudini con quanto accaduto il 15 aprile sono molte e fanno pensare a motivazioni comuni.

L’area di confine è una zona problematica da diverso tempo. Tra settembre e ottobre dello scorso anno è emerso il problema delle targhe speciali, che ha portato alla mobilitazione delle forze speciali del Kosovo e l’arrivo di truppe serbe. Il governo Kurti è deciso ad attuare una politica di reciprocità. Se l’esecutivo serbo obbliga tutte le macchine della repubblica del Kosovo che entrano in Serbia ad acquistare targhe provvisorie, anche il Kosovo ha deciso di applicare la medesima misura, perciò anche le macchine provenienti dallo Stato vicino necessitano di targhe provvisorie. Questo irrigidimento, anche se può sembrare marginala, ha avuto un peso nelle tensioni della comunità serba al confine.

Il 21 aprile si è tenuto un incontro a Bruxelles per raggiungere un accordo riguardo il problema. L’accordo non è stato raggiunto. Per Lorenci si tratta di un chiaro segnale che manca la volontà di superare le difficoltà e questo molto probabilmente non attenuerà le tensioni nelle zone di confine.

Lo scenario politico

Da un punto di vista politico ci sono due importanti questioni che fanno da sfondo agli avvenimenti delle ultime settimane.

In primo luogo, sappiamo che nel 2006, quando furono introdotti i “criteri di Copenhagen Plus” per entrare a far parte dell’Ue, Bruxelles ha richiesto agli Stati candidati e aspiranti dei Balcani occidentali di risolvere gli eventuali conflitti prima di poter entrare a far parte dell’Unione. Un requisito per Serbia e Kosovo era proprio la normalizzazione dei rapporti. Se nel 2018 Belgrado sembrava avere buone intenzioni in tal senso, tanto che il presidente serbo Aleksandar Vučić sottolineò la necessità di raggiungere un accordo per la convivenza di serbi e albanesi, nei fatti si è ancora lontani dall’obiettivo. È la Serbia, infatti, ad essere candidata, mentre il Kosovo è ancora solo un potenziale candidato. L’impegno da entrambi i fronti non sembra esserci nel concreto.

La realtà è che Belgrado non manifesta l’intenzione di rinunciare ad una condizione che le consente di godere da un lato del mercato unico europeo e dall’altro di un accordo con l’EAEU (Unione Economica Eurasiatica). L’ingresso all’interno dell’Unione le farebbe perdere questa posizione privilegiata, perciò  non ha alcuna fretta di assolvere alle richieste che arrivano da Buxelles, compresa la normalizzazione dei rapporti con il Kosovo.

Per quanto riguarda la candidatura del Kosovo, “si tratta di uno Stato indefinito”, sostiene Fruscione. “Indefinito perché a malapena controlla il 100% dei suoi confini, anche se questo oramai sta andando verso una definizione; non ha un esercito proprio e gli aspetti securitari sono importanti per la determinazione dello Stato stesso. Vedere che la polizia non è in grado di controllare le zone di confine, può mettere sicuramente in discussione la sua probabile candidatura all’UE. Però direi che i problemi strutturali hanno radici più profonde”.

In secondo luogo non si può non considerare anche le recenti elezioni in Serbia, in cui i cittadini hanno dovuto votare per il presidente della Repubblica, il parlamento e il comune di Belgrado, tenutesi il 3 aprile scorso. Come previsto, il voto ha premiato il presidente uscente Aleksandar Vučić con il 59% delle preferenze. Il Partito Progressista Serbo (SNS) si è invece imposto nelle elezioni parlamentari con il 43%. La vittoria alle presidenziali garantisce a Vučić di mantenere il controllo del Paese, ma allo stesso tempo il dovere di dedicarsi a tematiche delicate come la posizione da prendere sulla crisi ucraina. Ma anche sulla questione del Kosovo e, non da ultimo, bilanciare il complesso rapporto che il Paese ha con Ue e Russia.

Riguardo le elezioni, Giorgio Fruscione ci dice che “quello che si può dire con gli elementi di cui disponiamo ora è che Belgrado ha un forte controllo, totale, se guardiamo alle strutture governative dei serbi del Kosovo, e preoccupante, se guardiamo i gruppi criminali del nord del paese. Quindi al momento non si può dire se ci sia una connessione diretta con le elezioni, però non mi stupirebbe se venisse dimostrato un coinvolgimento diretto delle strutture governative serbe”.

I rapporti tra la repubblica del Kosovo e la Serbia si sono incrinati ulteriormente adesso che è arrivato al potere il movimento per l’autodeterminazione, Lëvizja Vetëvendosje. Nella lista delle priorità del governo Kurti non è presente la normalizzazione dei rapporti con la Serbia, mentre sono presenti la lotta alla corruzione e alla criminalità e l’attenzione allo sviluppo economico del Paese. Da un lato Kurti spinge per entrare nell’Unione europea, ma dall’altra insiste anche sulla politica di reciprocità nei rapporti con la Serbia. L’ultimo punto però intensifica le tensioni con Belgrado. La paura è che a questi incidenti ne seguano altri, che possono peggiorare i rapporti tra i due paesi e avere a loro volta ricadute negative sulle popolazioni locali.

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