Politica /

Nel Kosovo settentrionale è tornata la calma. La rimozione delle barricate da parte della minoranza serba segnala un passaggio fondamentale, richiesto con forza da tutta la comunità internazionale oltre che dal governo kossovaro. I serbi, appoggiati da Belgrado, hanno deciso di sbloccare i valichi di frontiera e le strade occupate dopo l’intesa raggiunta grazie al lavoro incessante di Nato, Unione europea e Stati Uniti.

Contemporaneamente, il presidente serbo Aleksandar Vucic aveva incontrato la comunità serba per informare dell’intesa che si stava raggiungendo in quelle ore. Le forze atlantiche e l’Ue hanno assicurato che da parte di Pristina non ci saranno arresti di serbi, liste di futuri arrestati e l’impegno della Nato a vietare il dispiegamento di forze kosovare nel nord del Paese senza il consenso di Kfor (la forza Nato in Kosovo) e dei rappresentanti serbi. Belgrado può dirsi quindi al momento soddisfatta, anche se le parole di Vucic, ripreso dall’agenzia di stampa Beta, non lasciano trasparire ottimismo. “È necessario che la comunità internazionale mantenga le garanzie che ha già dato e agisca secondo quanto promesso”, ha detto Vucic, che ha anche avvertito sul fatto che “la situazione è molto più pericolosa e difficile di quanto si pensi”. Il presidente serbo ha continuato dicendo “nella prima metà di gennaio mi aspetto che alcuni potenti del mondo vengano da me e mi dicano che dobbiamo raggiungere un accordo” e, come riporta Agenzia Nova, ha concluso con un inquietante: “Ci aspettano tempi difficili per quanto riguarda il Kosovo”.

Parole che fanno ancora più comprendere come la questione del nord del Kosovo e il problema della difficile convivenza tra minoranza serba e maggioranza albanese corra parallela con l’altrettanto difficile dialogo tra Pristina e Belgrado. Il fuoco, grazie all’impegno di tutta la comunità internazionale, è stato domato: ma l’impressione è che il focolaio sia molto più difficile da spegnere, ed evitare che possa riproporsi in tempi brevi un’altra crisi non è impossibile da prevedere.

La soddisfazione per la crisi risolta lascia in ogni caso lo spazio a un certo pessimismo che traspare dalle parole dei diplomatici coinvolti nella vicenda. Il rappresentante speciale dell’Ue per il dialogo tra Belgrado e Pristina, Miroslav Lajcak, ha spiegato che “il livello di sfiducia tra le due parti è più alto che mai, le tensioni sono ancora alte, ma è importante che i leader di Belgrado e Pristina inizino a creare un’atmosfera adatta a colloqui produttivi sulla normalizzazione delle relazioni”. Un pensiero non diverso da quello dell’ambasciatore Usa a Belgrado, Christopher Hill, che al quotidiano serbo Danas ha spiegato che da gennaio ci sarà una nuova spinta verso il negoziato, ma che tutto dipende “dall’abilità dei mediatori, ma anche dagli stessi negoziatori”. Hill non ha però nemmeno nascosto di essere “costantemente preoccupato” per il Kosovo, di capire anche “l’alto livello di frustrazione” dei serbi locali e ha ammesso che la situazione è “molto complicata”.

Sui timori legati alla fragilità del dialogo si è sommata anche la netta presa di posizione della Russia, la potenza più vicina alle esigenze della Serbia, con quest’ultima che si trova a dover gestire da un lato la volontà di rafforzare i rapporti con l’Ue dall’altra la tutela da parte di Mosca. La portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, ha scritto una nota in cui afferma che l’intesa raggiunta non può definirsi stabile, perché “è stata ignorata la questione vitale per i serbi dell’istituzione dell’Associazione delle municipalità dei serbi del Kosovo, progettata per essere uno strumento efficace per garantire i loro diritti e la loro sicurezza”, e ha attaccato l’Ue parlando di una mediazione che “non porta frutti”.

Se la diplomazia può dunque dirsi soddisfatta per avere spento una protesta che stava diventando più complicata di quanto si potesse credere agli inizi – con barricate, blocchi e minacce anche di impiego delle forze armate da parte della Serbia – dall’altro lato i dubbi non sembrano essere dissipati. La crisi, del resto, si fonda su una divergenza di base al momento insanabile: la Serbia non riconosce il Kosovo e il Kosovo non può accettare che il proprio Stato sia senza autorità sulla sua parte settentrionale. Una divisione esistenziale che Pristina non può chiaramente considerare legittima, vedendo negata una statualità ormai acquisita e riconosciuta dalla maggior parte dei Paesi, così come Belgrado non può rinunciare a quella che continua a ritenere una regione separatista.

A questo si aggiungono mai risolte questioni di natura politica, culturale e sociale che possono esplodere anche per mosse apparentemente secondarie nell’opinione pubblica occidentale, come il divieto di ingresso in Kosovo per il patriarca serbo-ortodosso Porfirije. E inoltre, in una fase di rottura dei ponti tra Russia e Stati Uniti, la possibilità che Cremlino e Casa Bianca si accordino su questa crisi balcanica appare estremamente lontana. Il focolaio del Kosovo continua dunque a covare nel cuore dei Balcani, con Belgrado e Pristina a provare a realizzare un dialogo cercato a ogni costo da Nato e Ue ma con divisioni radicali che non sembrano destinate a essere ricucite nel breve tempo.

Dacci ancora un minuto del tuo tempo!

Se l’articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l’avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se non ci fosse InsideOver, quante guerre dimenticate dai media rimarrebbero tali? Quante riflessioni sul mondo che ti circonda non potresti fare? Lavoriamo tutti i giorni per fornirti reportage e approfondimenti di qualità in maniera totalmente gratuita. Ma il tipo di giornalismo che facciamo è tutt’altro che “a buon mercato”. Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.