C’è un filo quasi invisibile che lega insieme il principe ereditario Bin Salman e il genero di Donald Trump. Strana è infatti la stretta concomitanza degli eventi succedutisi nelle ultime due settimane. Tanto strana da risultare arduo poterla chiamare semplice coincidenza. Kushner, Salman e Aramco, cosa lega assieme questi tre soggetti?

Perché Kushner è andato a Riyad?

Lo scorso 30 ottobre la rivista Politico e la CNN, e riportato anche su questo portale, svelavano al mondo un enigmatico viaggio effettuato da Jared Kushner, genero di Donald Trump, proprio a Riyad. Il motivo della visita? Ufficialmente non si sa, anche perché il tour di Kushner non è stato fatto in veste ufficiali. Tuttavia sia Politico che la CNN erano piuttosto concordi nell’affermare come il viaggio di Kushner fosse in linea con quanto fatto da Donald Trump fino a quel momento.

Così la visita a Riyad è stata interpretata come una semplice riaffermazione della volontà americana a partecipare attivamente nel processo di pacificazione in Medio Oriente. In realtà le fumose ricostruzioni tentate dai media non hanno dato un chiaro riferimento su quale pacificazione Kushner volesse effettivamente trattare. Il conflitto israelo palestinese? La quasi terminata guerra in Siria? O ancora il conflitto in Yemen? Non si sa. Come non si sa con quali autorità saudite si sia incontrato Jared Kushner.

Una nuova affascinante spiegazione

Un’analista libanese ha però provato a dare la sua versione dei fatti. Tale Anis Naccache ha parlato alla TV libanese Al Majadeen e ha proposto una spiegazione piuttosto interessante. L’esperto libanese sostiene che l’obiettivo del viaggio di Kushner fosse di natura molto più economica che politica. In pratica il genero di Trump si sarebbe incontrato direttamente con il principe ereditario Salman per “incoraggiare” l’Arabia Saudita a rispettare gli accordi economici presi con gli Stati Uniti. Il recente avvicinamento tra Riyad e Mosca ha evidentemente impaurito Washington.

A quel punto il principe Salman avrebbe fatto notare a Kushner la situazione economicamente non idilliaca del suo Paese. Prezzo del petrolio basso e guerre logoranti hanno trascinato Riyad in una difficile crisi economica. In quel momento sarebbe arrivata l’intuizione di Kushner, che ha ricordato al principe Salman la quantità di denaro detenuta all’estero da ministri sauditi e i vari parenti della casa regnante. Una fortuna che avrebbe potuto rimetterre Riyad nella “giusta” carreggiata verso Washington, si trattava solo di metterci le mani. A questo è stata trovata soluzione immediata. Arresto e confisca.

Quell’ambiguo tweet di Trump sull’Aramco

Il principe saudita avrebbe così seguito piuttosto alla lettera le direttive americane. Ed è qua che si inserisce il terzo attore della vicenda, l’Armaco. La società statale saudita che gestisce il petrolio del Paese. Era arrivato infatti la scorsa estate l’annuncio che le quote maggioritarie della società sarebbero state messe in vendita dal 2018. Ciò che nel gergo economico viene chiamata IPO, Initial Public Offer.

Ed ecco che proprio durante l’inizio delle purghe del principe saudita Donald Trump decide di twittare così: “Sarebbe molto apprezzato che l’Arabia Saudita quotasse l’Aramco all’interno del New York Stock Exchange (la borsa di New York). Importante per gli Stati Uniti!”. Trump ha dunque lanciato, in maniera informale, la prima vera offerta per l’acquisizione di Aramco. Guarda caso proprio nel momento in cui Salman si apprestava ad arrestare buona parte dei suoi ministri. Sembrerebbe che Trump abbia dato dunque la propria benedizione all’azione repressiva posta in atto dal principe. Si tratterebbe quindi di un banalissimo do ut des. Uno scambio di favori reciproco tra i due Paesi.

In ballo c’è anche la sfida per l’egemonia con la Cina

In realtà ci sono altri intrecci in questa vicenda. Non bisogna dimenticare infatti che circa un mese fa un anonimo investitore cinese sembrava essere molto vicino all’acquisizione di quote importanti di Aramco, come confermato dal Corriere. Una mossa che unita alla volontà cinese di utilizzare solo lo yuan nelle transazioni legate al greggio, avrebbe de facto distrutto l’economia petrolifera americana, nonché il potere d’acquisto del dollaro. La Casa Bianca avrebbe dovuto così assistere al proprio inesorabile tramonto senza muovere un dito? Assolutamente no. Così è intervenuto Kushner, il consigliere prediletto di Trump per quanto riguarda le questioni mediorientali. E Jared non ha deluso le aspettative. È andato a Riyad per bacchettare lo storico e fondamentale alleato americano in Medio Oriente e salvare ancora una volta il ruolo egemone degli Stati Uniti. Per ora si direbbe missione compiuta.  

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