Le elezioni tenute domenica in Mali rappresentano una sfida cruciale non solo per l’attuale leadership del Paese africano, ma anche per tanti dossier che indirettamente interessano anche l’Europa. Il Mali è tornato alle urne dopo cinque anni in cui è accaduto praticamente di tutto: attentati terroristici, diffusione dello jihadismo, gruppi integralisti capaci di tenere sotto scacco per due anni il nord del Paese, interventi francesi con le operazioni Serval e Barkhane. In questo clima ed al culmine di questo contesto, il Mali è dunque andato al voto ma è difficile al momento valutare regolarità ed attendibilità delle consultazioni.

Favorito il presidente uscente

Sono 24 i candidati in lizza in queste consultazioni presidenziali, ma solo due sembrano in qualche modo poter ambire alla vittoria finale. Si tratta, come per il 2013, del presidente uscente Ibrahim Boubacar Keïta e del suo sfidante di cinque anni fa, Soumaïla Cissé. Secondo la legge elettorale, occorre il 50% + 1 dei consensi per essere eletti al primo turno, diversamente i due principali sfidanti andranno al ballottaggio.

Keita punta alla continuità del mandato appena terminato, facendo leva sull’importanza per il Mali di ritrovare stabilità e sicurezza. Dall’altro lato invece, Cissé fa della lotta alla corruzione il suo principale cavallo di battaglia. Cinque anni fa il candidato dell’opposizione è riuscito ad arrivare al ballottaggio, ma ha poi preso meno del 30% dei consensi al secondo turno. Anche in questa tornata, pur se più popolare tra un elettorato che nell’ultimo lustro ha patito insicurezza e crisi economica, Cissé parte da sfavorito.

Ma organizzare elezioni in un contesto come quello del Mali, è apparso durante tutta la campagna elettorale quanto mai azzardato. Nel Paese si continua a morire per mano jihadista, soprattutto nelle regioni del nord dove civili e soldati sono bersaglio dei gruppi integralisti anche se il governo centrale ha progressivamente ripristinato il controllo. Ed infatti anche durante le consultazioni in alcuni villaggi non sono mancati saccheggi di schede elettorali e tensioni, mentre nell’immediata vigilia scontri tra alcuni gruppi appartenenti a tribù differenti hanno causato vittime. La trasparenza, in questo senso, appare fortemente compromessa.

Anche la situazione economica non ha aiutato e non aiuta il processo elettorale. Il Mali è un paese molto povero, ancor di più stremato poi dalla guerra contro gli integralisti. Gran parte della popolazione vive sotto la soglia di povertà, molto diffusa è la disoccupazione specialmente tra i giovani, molte famiglie non hanno nemmeno la disponibilità economica per recarsi al seggio e votare.

Cosa c’è in ballo con le elezioni in Mali

Il Mali fa parte del cosiddetto “G5” del Sahel, assieme a Burkina Faso, Niger, Ciad e Mauritania. Si tratta quindi di uno di quei paesi africani diventati nell’ultimo decennio fondamentali per gli interessi europei nel continente nero. Non solo jihadismo, ma anche traffico di armi e soprattutto di uomini sono tra le insidie principali per il Mali e per la sicurezza europea. Non è un caso che proprio in questo paese si è assistito ad un intervento francese con l’operazione Serval nel 2013 e, successivamente, con l’operazione Barkhane.

Il colpo di Stato del marzo 2012, l’indipendenza unilaterale dei tuareg dell’Azawad nello stesso anno, l’avanzata jihadista e quindi poi i relativi problemi di sicurezza bastano, senza dubbio, a descrivere la situazione del paese africano. Si vive di fatto sul filo del rasoio: traffici, interessi, islamismo e rivendicazioni locali si intrecciano tutte assieme in un contesto di per sé già povero e difficile. Ecco il perché dell’importanza delle elezioni di domenica e delle attenzioni che molti governi europei stanno dando a questa consultazione.

Tra accuse di brogli, problemi logistici ed interi seggi bruciati, il conteggio dei voti andrà avanti adesso nei prossimi giorni. Un eventuale ballottaggio si terrà il prossimo 12 agosto.

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