I fatti più importanti raramente avvengono lì dove te li aspetti. Nel 2010 il nuovo secolo aveva soltanto dieci anni di vita. E ancora non era avvertito come nuovo, piuttosto appariva come un prolungamento di quel Novecento difficile da riporre negli scatoloni della storia. Eppure qualche novità iniziava a vedersi. Proprio a cavallo del 2010 era iniziata la diffusione dei social network, in quell’anno era stato presentato il primo smartphone, la comunicazione mediatica e quotidiana stava quindi iniziando irreversibilmente a cambiare. Dove si sarebbero manifestate queste novità? Le invenzioni del nuovo secolo dove avrebbero provocato l’idea di non vivere più nel vecchio secolo? Si pensava all’Europa, si pensava in generale a un occidente dove la crisi finanziaria scoppiata nel 2007 stava scalfendo alcune certezze ereditate dagli ultimi anni del ‘900. Niente di tutto questo. Dieci anni fa la prima cesura storica del nuovo secolo è arrivata da una remota provincia tunisina, dove un ragazzo stremato da condizioni economiche ingestibili ha deciso di darsi fuoco in una piazza di Sidi Bouzid.

Cosa è successo il 17 dicembre 2010

Sidi Bouzid vive il paradosso di trovarsi vicina al centro del Mediterraneo, ma nella periferia più estrema del mondo di inizio XXI secolo. Qui si è ben lontani da Cupertino, dalla Silicon Valley, da Palo Alto e da quelle località da cui pochi anni prima sono uscite fuori le più importanti invenzioni pre 2010. La vita in questa cittadina tunisina scorre lenta, tra non poche difficoltà. Mohamed Bouazizi era uno dei tanti ragazzi coinvolti nel limbo della disoccupazione giovanile in Tunisia. Per vivere si trovava costretto a vendere prodotti per strada, assieme a tanti ambulanti che ogni giorni affollavano le vie centrali di Sidi Bouzid. La polizia locale ha sequestrato la sua merce, privandolo del suo sostentamento. In quel gesto Bouazizi non poteva certo vedere il tentativo di ristabilire la legge, specialmente perché la corruzione in Tunisia in quegli anni era già considerata endemica tanto da far apparire ben lontano il concetto stesso di Stato di diritto. Per questo, come estremo gesto, Bouazizi si è recato dinnanzi l’ingresso del governatorato e si è cosparso di benzina dandosi fuoco.

Era il 17 dicembre 2010. Improvvisamente, da questa cittadina della provincia tunisina, la storia ha iniziato un nuovo percorso. É arrivato da qui quell’evento destinato a creare la prima netta cesura storica del nuovo secolo. É arrivato dal gesto di disperazione di un ragazzo tunisino che provava a sopravvivere nell’estrema periferia globale. Perché da quel momento in poi, su Sidi Bouzid sono piombati gli occhi prima di tutti i tunisini, poi di tutti gli arabi e infine di tutto il mondo. Mohamed tutto questo non lo ha mai saputo: soccorso nella piazza del governatorato, in ospedale pochi giorni dopo non è sopravvissuto alle gravi ferite inferte dalle ustioni.

Il ruolo dei social

Di gesti estremi e plateali la storia ne è piena. Nessuno di questi però era stato fatto nel momento dell’avvento dei social. Anche a Sidi Bouzid, anche in questa periferia tunisina, mentre Mohamed Bouazizi protestava dandosi fuoco, c’erano ragazzi con in tasca i nuovi smartphone. Anche qui molti giovani da qualche anno si erano creati i propri profili su Facebook e Twitter. E quel gesto estremo ha avuto, contrariamente rispetto al passato, un’immediata eco globale. La periferia del mondo si è riscoperta al centro del globo. In tal modo, la disperazione di un ragazzo è diventata quella di interi popoli. Sui social è divampato prima lo sdegno per l’accaduto, pochi giorni dopo è proprio sulle piattaforme virtuali che sono state organizzate le prime manifestazioni di protesta. A fine 2010 l’intera Tunisia era già in piazza. In occidente inizialmente non si era capito nulla. La prima notizia che qualcosa stava accadendo dall’altra parte del Mediterraneo, è arrivata il 4 gennaio 2011 e riportava la sospensione del campionato algerino di calcio per motivi di ordine pubblico. La protesta infatti aveva già oltrepassato i confini tunisini e aveva causato prime dimostrazioni nella confinante Algeria.

Soltanto una settimana dopo si era intuito che sul mondo arabo si stava abbattendo un’onda di manifestazioni capace di travolgere società tanto difficili quanto fragili. La rapidità degli eventi è stata tale da cogliere di sorpresa tutti. Anche i diretti interessati. Il presidente tunisino Ben Alì sembrava saldo al potere, nessuno del suo entourage si aspettava un’improvvisa escalation di proteste popolari. Il 17 dicembre 2010 era seduto nella sua postazione all’interno del palazzo presidenziale, la sera del 14 gennaio si trovava già in Arabia Saudita, lì dove ha trovato rifugio dopo repentine dimissioni. Meno di un mese dopo, l’11 febbraio, la stessa sorte è toccata al collega egiziano Hosni Mubarack: al potere dal 1980, il suo governo a causa delle proteste nate sulla scia di quelle tunisine. A fine mese a Tripoli è Gheddafi ad essere assediato, mentre scene di rivolte e manifestazioni si vedono anche nello Yemen e nella penisola arabica. I social, per la prima volta, hanno dato un’insospettabile accelerazione al corso della storia.

L’inaspettata cesura storica

A quei moti di protesta è stata data subito la dicitura di “primavera araba“. Ma sia sul sostantivo che sull’aggettivo oggi, a distanza di dieci anni, ci sarebbe molto da ridire. La primavera si è rivelata un inferno: Libia, Siria e Yemen sono ancora in guerra da allora, in Tunisia ed Egitto non sono stati mai risolti i problemi economici alla base del malcontento, nella penisola arabica il potere assoluto delle petromonarchie non è mai stato scalfito. L’aggettivo è invece molto riduttivo: gli eventi non hanno influenzato solo il mondo arabo. Da quel momento in poi infatti, i social sono diventati l’oggetto principale per la comunicazione mediatica, politica e sociale. Solo che, paradossalmente, tutto ciò è diventato evidente per la prima volta in luoghi lontani da cui questi mezzi sono nati.

Inoltre la primavera araba ha cambiato molti aspetti dell’intera area mediterranea. Spesso in peggio. Dalla diffusione del terrorismo, alle difficoltà dovute alle varie guerre civili scatenatesi per via dell’instabilità seguita alle rivolte. Il mondo ha scoperto di essere in un nuovo secolo dopo che le piazze arabe dieci anni fa si sono riempite di manifestanti.

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