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Le armi ci sono, vengono fabbricate, esportate ed utilizzate. Ne sanno qualcosa gli yemeniti, che dal 2015 subiscono devastanti bombardamenti ad opera dei sauditi in un conflitto fallimentare per Riad ma, soprattutto, distruttivo per la popolazione civile. Eppure quelle armi è come se non fossero mai state prodotte. Il riferimento è agli ordigni prodotti in Sardegna e trasportati in Arabia Saudita e, da qui, impiegati contro lo Yemen. Nessuno, per la verità, afferma il contrario: da tutte le parti coinvolte si ammette che in effetti le bombe dall’Italia arrivano dritte nel regno dei Saud, ma nessuno al tempo stesso ne ammette le responsabilità. Né l’Italia, né la Germania, essendo tedesca l’azienda in Sardegna, né tanto meno gli Usa i quali però fino al maggio del 2017 a Riad firmano contratti da oltre cento miliardi di Dollari per la fornitura di armi ai Saud. E la cosa tragicomica è che tutti, sulla carta, hanno pure ragione. Questo in base ad un contratto del 2012. 

La fabbrica sarda che produce gli ordigni 

Che in Sardegna esista un’azienda di armi molto importante le cui bombe hanno come destinataria l’Arabia Saudita, è un fatto abbastanza noto. Già nel 2015 arrivano da Roma le prime interrogazioni parlamentari in merito, nello scorso mese di dicembre un documentario del Nyt mostra il percorso delle bombe da Domusnovas, il comune sardo dove sorge l’azienda, agli aeroporti sauditi. Il reportage del Nyt viene presentato come uno scandalo, di certo appare affidabile ma nei toni sembra piuttosto grottesco per come viene presentata la faccenda: il quotidiano di uno dei paesi più vicini ai Saud, accusa l’Italia di complicità con i crimini della famiglia reale saudita. Stranezze di non poco conto, che però alla fine mostrano una realtà inconfutabile: dal nostro paese partono alcun degli ordigni che contribuiscono a fare gravi danno nello Yemen. La fabbrica in questione è diRwm Italia, succursale italiana del colosso tedesco Rheinmetall. Dunque la proprietà dello stabilimento è tedesca, l’azienda in questione è tra le principali nella produzione di armamenti in Germania e non solo. 

Il contratto del 2012 

La vicenda relativa alle armi da vendere ai sauditi, nasce quasi tre anni prima dello scoppio del conflitto con lo Yemen. Come riporta Il Fatto Quotidiano, il 29 novembre 2012 viene posto in essere un contratto tra Rmw Italia e la società inglese Raytheon Systems. Quest’ultima è una filiale con sede in Gran Bretagna della Raytheon, colosso americano degli armamenti. Ed infatti nel contratto sopra citato, si fa chiaro riferimento dell’accordo tra la stessa Raytheon ed il ministero della difesa dell’Arabia Saudita per la fornitura di armi. In ballo in quest’operazione ci sono 63 milioni di Euro, una commessa dunque molto redditizia ed in grado di far decollare gli affari nell’azienda con sede in Sardegna. Dunque la situazione è la seguente: i sauditi commissionano armi ad un colosso americano, la Raytheon, la quale si serve della sua filiale inglese Raytheon System. Quest’ultima società subappalta una parte della produzione di tali armamenti alla tedesca Rheinmetall, la quale inizia la produzione in Italia tramite la Rwm Italia. Un contratto originato in Arabia Saudita, viene di fatto “spacchettato” tra quattro paesi diversi. La circostanza non è casuale. 

Nessuno ha colpe per i crimini sauditi 

Il caso Kashoggi, oggi per la verità finito per essere confinato in secondo piano nei media occidentali, nelle scorse settimane infiamma il dibattito circa i rapporti con i Saud. L’uccisione macabra avvenuta all’interno del consolato saudita di Istanbul di un giornalista non certo amico di Mohammad Bin Salman, il principe ereditario saudita, mette in imbarazzo Trump e tutti i vari governi occidentali che fanno affari con Riad. Petrolio ed armi garantiscono, come anche nel caso del contratto esposto sopra, importanti rendite. Si chiede, da più parti, quanto meno un ridimensionamento dei rapporti con l’Arabia Saudita. Da Berlino il governo tedesco annuncia una sua iniziativa: stop alla vendita di armi ai Saud. Via anche i contratti ancora in itinere che la Germania intrattiene con l’Arabia. Un gesto che, a prima vista, sembra apprezzabile ma che sotto nasconde una palese ipocrisia di fondo. Berlino non ferma la produzione di armi tedesche prodotte all’estero. Per cui la tedesca Rheinmetall continua, con la sua azienda in Sardegna, a produrre armamenti e ad esportarli tranquillamente a Riad. Quello della cancelleria è un mero gesto simbolico, poco più di un’alzata di voce a favore di telecamera. Di concreto c’è poco: le armi tedesche continuano il loro percorso verso la penisola arabica. 

Dalla Germania però ci si difende: le bombe prodotte a Domusnova hanno un’autorizzazione italiana. In effetti la Rmw è autorizzata dall’Uama, l’Unità per l’Autorizzazione dei Materiali d’Armamento. Le responsabilità cadono dunque in capo a Roma? Nemmeno. Nel 2015 in un’intervista a seguito delle polemiche sulle armi italiane vendute ad un paese come l’Arabia Saudita, l’allora ministro della Difesa Pinotti risponde: “Le armi non sono italiane. Sono un contratto di un’azienda americana che utilizza come subcontratto un’ azienda tedesca: la Rheinmetall, che ha due fabbriche in Italia”. In poche parole, le armi sono sì fabbricate in Italia, ma non sono italiane. Dunque si può aggirare quanto previsto dalla legge 185 del 1990, la quale vieta la vendita di armi a paesi in conflitto o dove si riscontrano violazioni dei diritti umani. Ed in Arabia Saudita a dire che i diritti sono violati non sono soltanto le Ong, ma anche l’Onu che, in una relazione dello scorso mese di agosto, accerta gravi violazioni nello Yemen. 

Sarò quindi responsabilità inglese? Neanche Londra ne può rispondere. Le armi sono sì subappaltate da un’azienda inglese ad una tedesca, ma la Raythom System è solo una filiale del colosso americano Raythom. E negli Usa di divieti di vendita di armi ai sauditi non c’è proprio traccia. Guai anzi solo a parlarne. Gira e volta, le armi sono quindi prodotte, esistono e fanno danni. Ma non le produce nessuno. O, per meglio dire, nessuno può dire di essere colpevole. Le bombe vengono fabbricate in Italia, ma per conto di una società tedesca che si difende dicendo di avere regolari autorizzazioni da Roma. Il classico caso di un cane che si morde la coda. Né il nostro paese e né la Germania hanno colpe sulla carta. Anzi, possono biasimare sui media lo sdegno per l’uccisione di Kashoggi e richiamare tutti al rispetto dei diritti umani. In questo modo l’occidente si pulisce la coscienza e, non appena esplode un ordigno in un villaggio sperduto dello Yemen, può tranquillamente girarsi dall’altra parte contando i miliardi incassati dai Saud. 

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