Può sembrare una domanda banale, ma è la stessa che da anni viene posta da numerosi italiani e a cui non viene data risposta: come mai le autorità di Roma si spingono nel soccorrere migranti in mare ben oltre le acque di propria competenza? E come mai, ancora, gran parte delle navi che soccorrono gommoni punta direttamente sui porti italiani? Il mare, come ben si sa, non è terra di nessuno: concetti come quelli di sovranità, competenza e giurisdizione sono trasferiti dalla terraferma al mare, con i vari Stati che generalmente gestiscono il tutto grazie all’ausilio di diritto e convenzioni internazionali.

Ad esempio, con il trattato di Montego Bay del 1982 si sancisce la sovranità dello Stato costiero per 12 miglia oltre la linea della riva. Allo stesso modo, diverse norme regolano la formazione delle cosiddette Zee (Zone Economiche Esclusive), lì dove lo Stato costiero non esercita sovranità ma ha diritto di uso e sfruttamento delle risorse del mare e del sottosuolo. Non solo Montego Bay, ma anche tutta una serie di trattati ed accordi disciplinano il diritto nelle acque internazionali, quelle cioè non appartenenti in maniera esclusiva ad alcuno Stato ma in cui, inevitabilmente, deve esserci una disciplina tanto giuridica quanto convenzionale in grado di regolare anche questo contesto.

Dunque, come mai è l’Italia a sorbirsi gli oneri principali dei salvataggi in mare e degli approdi nei propri porti dei tanti migranti provenienti dall’Africa?

Cosa sono le Sar (Search and Rescue)

Per rispondere alla domanda sopra posta, è bene partire dalla convenzione di Amburgo del 1979. Nella città tedesca in quell’occasione è stato stilato un trattato che ha per oggetto proprio le regole da applicare per il soccorso in mare. La convenzione di Amburgo ha istituito le cosiddette zone Sar, acronimo inglese di Search and Rescue (Ricerca e Salvataggio). Ogni paese che si affaccia sul mare, ha le proprie zone di competenza in fatto di ricerca e soccorso nelle acque internazionali.

Nel caso dell’Italia, il nostro paese nel canale di Sicilia confina con le Sar non solo dei paesi nordafricani ma anche della Repubblica di Malta. E qui sorge il primo problema: La Valletta rivendica una propria zona Sar che è di gran lunga più estesa rispetto al proprio territorio. Per la verità i confini marittimi di Malta hanno sempre suscitato non pochi grattacapi nel Mediterraneo: nel 1985 ad esempio, è dovuta intervenire una sentenza per chiarire i confini della Zona Economica Esclusiva di Malta e Libia, con i due paesi che hanno per l’appunto trascinato la questione fino alla corte internazionale.

Se a livello economico Malta ed Italia hanno delimitato le proprie rispettive zone esclusive negli anni ’70, sotto il profilo della ricerca e della sicurezza in mare La Valletta rivendica una Sar che appare 750 volte più ampia del suo territorio. Una zona dunque molto vasta, per la quale il governo maltese ha spesso dichiarato di non avere i mezzi necessari per coprirla nella sua interezza in caso di emergenze. Ecco perché dunque l’Italia, in mancanza di altri accordi ed alternative, corre spesso in acque considerate maltesi per soccorrere i migranti. Roma interviene di fatto per sopperire alle mancanze del proprio vicino.

Il pericolo rappresentato per l’Italia dalla situazione in Libia

 Se con Malta dunque il pericolo appare rappresentato da alcune falle nel diritto, con Tripoli invece il problema è diverso: in Libia dopo la caduta di Gheddafi nessuna autorità sembra poter realmente intervenire per frenare il flusso migratorio. La guardia costiera libica, per lo più formata da milizie vicine all’esecutivo guidato da Al Serraj, non ha i mezzi e nemmeno l’autorità de facto per soccorrere migranti nelle acque di propria competenza. Dunque, anche in questo caso, l’Italia deve spesso intervenire per sostituirsi al proprio Stato dirimpettaio. Un mix di elementi, giuridici e politici, che inchiodano spesso Roma su questo fronte e che costringono da anni l’Italia a farsi carico quasi unicamente nel sud Europa dell’emergenza immigrazione.

La questione legata alle Ong

Al fianco a tutto ciò, è da rimarcare inoltre il ruolo delle Ong. Una delle convenzioni più usate nel diritto marittimo, riguarda quella dell’approdo nel porto sicuro più vicino. Questa è una delle giustificazioni più utilizzate dai comandanti delle navi della Ong presenti nel Mediterraneo: intervenendo in acque internazionali e con il diniego di Malta nell’autorizzazione all’attracco dei mezzi, Lampedusa e la Sicilia appaiono le prime mete più sicure in cui far approdare i migranti soccorsi in mare.

Il problema, però, è che oramai da più di due anni le navi delle Ong stazionano spesso in acque di competenza libica e dovrebbero quindi essere i porti libici i primi ad essere interessati agli sbarchi. Dal canto loro, le Ong affermano che in Libia non sussistono condizioni di sicurezza per l’approdo dei migranti e dunque si opta per i porti europei e, tra questi, quelli più vicini sono gli scali italiani.

La chiusura dei porti alle Ong operata di recente da Roma è la prima mossa dell’Italia contro una situazione che vede il nostro Paese unico destinatario delle rotte dei migranti nel Mediterraneo. Al di là degli accordi da prendere in sede europea e delle questioni politiche comunitarie ed interne al parlamento italiano, le recenti questioni dell’Aquarius e delle altre navi delle Ong mostrano una carenza strutturale e di fondo circa le regole sui soccorsi nel mare nostrum. A lungo termine, infatti, se non vengono risolti i problemi legati ai confini delle Sar ed all’instabilità libica, l’Italia potrebbe sempre ritrovarsi con le emergenze migratorie all’interno dei propri porti.

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