Botta e risposta tra il governo israeliano e l’ufficio per i diritti umani dell’Onu. Tra lo Stato ebraico e le Nazioni Unite la tensione è nata dopo che dal Palazzo di Vetro di New York sono state lanciate accuse alle forze armate israeliane per la morte della giornalista Shireen Abu Akleh. In particolare, la portavoce dell’ufficio per i diritti umani, Ravina Shamdasani, ha dichiarato di ritenere Israele responsabile dell’uccisione della cronista avvenuta a Jenin, durante uno scontro a fuoco in uno dei campi profughi. La replica del governo israeliano è stata affidata al ministro della Difesa, Benny Gantz: “La verità – ha dichiarato – può essere accertata solo da un esame balistico del proiettile da cui è stata colpita la giornalista e non da indagini irresponsabili sulla realtà come quella distribuita dall’Ufficio Onu sui diritti umani”.

La morte di Shireen Abu Akleh

Era l’11 maggio quando, come già fatto tante altre volte nel corso della sua carriera, Shireen Abu Akleh si è armata di videocamera per andare a documentare momenti di tensione in Cisgiordania. Per Al Jazeera la giornalista, nata a Gerusalemme e cresciuta in Giordania, stava seguendo in quei giorni gli scontri in corso a Jenin. Quest’ultima è una delle località più calde dei territori palestinesi. Qui Hamas, il gruppo islamista considerato terrorista da Israele e non solo, negli anni si è radicato e ha una delle sue roccaforti al di fuori della Striscia di Gaza, dove governa dal 2007. Ogni qualvolta che c’è aria di tensione tra forze israeliane e movimenti palestinesi, Jenin è una delle prime città a infiammarsi.

In quei giorni di tensione ce n’era parecchia. Ad aprile una serie di attentati avevano scosso Israele. Il più grave dei quali ha provocato panico e morte nel centro di Tel Aviv il 7 aprile. Un attacco attuato da un giovane di 29 anni di nome Raad Hazem, originario proprio di Jenin. Ucciso la sera stessa dell’attentato, due giorni dopo le forze israeliane hanno compiuto prime incursioni nella città palestinese. Rastrellamenti che hanno riguardato parenti e possibili complici. Le attività delle forze di sicurezza sono andate avanti anche nei giorni successivi. La tensione è infatti aumentata, con scontri che hanno riguardato la stessa Gerusalemme. In quel mese infatti hanno coinciso Pasqua ebraica, Pasqua cristiana e inizio del mese sacro del Ramadan. Circostanza che non ha mancato di generare contrasti, culminati anche con l’irruzione della polizia israeliana nella grande moschea di Al Aqsa dopo la denuncia di lanci di pietre contro le forze di sicurezza.

Si è arrivati così alla mattina dell’11 maggio. Altri scontri erano in corso a Jenin e, durante una fase di scambio di colpi di arma da fuoco tra forse israeliane e alcuni gruppi palestinesi, una pallottola ha colpito sul volto Shireen Abu Akleh e un’altra ha ferito il collega Ali Sammoudi, presente con lei a Jenin. Per la donna non c’è stato nulla da fare. E questo nonostante indossasse regolarmente giubbotto antiproiettile con la scritta Press ed elmetto. La morte della cronista ha destato commozione nei territori palestinesi e nel mondo arabo.

Il botta e risposta tra Onu e Israele

Le Nazioni Unite hanno deciso di aprire un’inchiesta e, secondo l’ufficio per i diritti umani non ci sono dubbi: “La responsabilità è di Israele – ha dichiarato, in una conferenza stampa nella sede Onu di Ginevra, la portavoce dell’ufficio Ravina Shamdasani – I colpi che hanno ucciso Abu Akleh e ferito il suo collega Ali Sammoudi provenivano dalle forze di sicurezza israeliane e non dal fuoco indiscriminato di palestinesi armati, come inizialmente affermato dalle autorità israeliane”.

“È profondamente inquietante – ha poi aggiunto la portavoce – che le autorità israeliane non abbiano condotto un’indagine penale, noi dell’Ufficio per i diritti umani delle Nazioni Unite abbiamo concluso il nostro monitoraggio indipendente sull’incidente”. Dalle indagini, tra le altre cose, sarebbe emerso, grazie anche alle testimonianze degli altri giornalisti presenti quel giorno a Jenin, che tutti i cronisti avevano scelto un lato della strada ritenuto più sicuro per filmare gli scontri, “avendo cura di procedere lentamente e di rendere visibile la loro presenza alle forze armate israeliane disposte in fondo alla strada”.

La replica da parte del dimissionario governo di Naftali Bennett non si è fatta attendere ed è stata affidata al ministro della Difesa, Benny Ganzt: “Esprimo ancora una volta il mio dolore per la morte del giornalista Sheerin Abu Akleh – si legge in una nota del titolare del dicastero – La sua famiglia e i suoi amici meritano di conoscere la verità sulle circostanze della sua morte e, questo, può essere determinato solo da un esame balistico del proiettile da cui è stata colpita e non da indagini irresponsabili sulla realtà come quella distribuita dall’Ufficio Onu sui diritti umani”.

“Le Forze di difesa israeliane lavorano giorno e notte contro i terroristi assetati di sangue che cercano di uccidere gli israeliani – ha proseguito Ganzt – mentre compie grandi sforzi per prevenire il coinvolgimento di persone non coinvolte e indaga su ogni incidente in modo completo e accurato. Anche oggi invito l’Autorità nazionale palestinese a consegnare a Israele il proiettile che ha colpito la giornalista. Così dovrebbero comportarsi tutti coloro che vogliono conoscere la verità. Appoggio i soldati delle Idf, che continueranno a fare tutto il necessario per mantenere la sicurezza dei cittadini di Israele”.

Il botta e risposta tra le due parti non sorprende. Del resto le stesse indagini sulla morte di Abu Akleh sono state nelle settimane scorse un motivo di ulteriore scontro politico. In particolare, Israele ha chiesto all’Autorità Nazionale Palestinese (Anp) di consegnare il proiettile, ma alla richiesta è arrivato un netto rifiuto. Dal canto suo il governo dell’Anp ha chiesto a quello israeliano di consegnare l’arma responsabile dell’uccisione la quale, secondo le forze di sicurezza, corrisponderebbe a un fucile posto sotto sequestro.

Per Israele le conclusioni dell’Onu quindi sarebbero affrettate e politicamente “a senso unico”, visto che nessuna delle parti in causa ha ancora consegnato il materiale a propria disposizione. Le polemiche in tal senso sono destinate ad andare avanti anche nei prossimi giorni.

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