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La petroliera Adrian Darya 1, si trova al largo della Siria meridionale sul confine col Libano e sembra essere in attesa di scaricare il suo carico di 2,1 milioni di barili di petrolio greggio. Il vascello, già noto come Grace 1 ed ora battente bandiere iraniana, era stato sequestrato lo scorso 5 luglio dopo essere stato abbordato dai Royal Marines e bloccato a Gibilterra per cinque settimane nel porto del possedimento inglese.

Dopo essere stata liberata il 18 agosto la Adrian Darya 1 ha fatto rotta verso est nel Mediterraneo dirigendosi prima verso la Grecia, dove le è stato negato l’ingresso nel porto di Kalamata, poi è sembrata dirigersi verso la Turchia dopo aver navigato a sud di Creta e di Cipro. Secondo gli ultimi rapporti il carico della nave sarebbe già stato venduto dall’Iran, ma non è ancora nota la destinazione finale, sebbene, data la sua posizione attuale, si possano fare alcune ipotesi.

Una guerra diplomatica nel Mediterraneo

Prima di addentrarci nei possibili scenari che riguardano la fine del viaggio dell’Adrian Darya 1, o per meglio dire del greggio che trasporta, è bene ricostruire brevemente quanto sta avvenendo a livello diplomatico intorno alla petroliera iraniana.

Immediatamente dopo il suo rilascio da Gibilterra, gli Stati Uniti hanno vivamente protestato per la decisione e allo stesso tempo hanno emesso d’urgenza dei provvedimenti legali: la corte federale degli Stati Uniti ha infatti emanato un decreto di sequestro, ma Gibilterra si è rifiutata di metterlo in atto generando malumori in quel di Washington.

Per gli Usa la petroliera rientra nei beni a disposizione delle Guardie della Rivoluzione islamica, un ente considerato terrorista. Di rimando l’Iran ha fatto sapere che ogni tentativo di catturare nuovamente il vascello avrà “gravi conseguenze”.

Insieme al provvedimento della corte federale, le autorità statunitensi hanno emesso un “divieto di visto” per l’equipaggio delle petroliera e pochi giorni fa, il 31 agosto, hanno elevato sanzioni verso la società armatrice e la nave stessa: secondo La Presse il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti ha dichiarato che la nave è “proprietà bloccata” sotto un ordine antiterroristico e “chiunque supporti l’Adrian Darya 1 rischia di essere sanzionato”.

Ieri il regime sanzionatorio Usa si è allargato andando a colpire la rete di trasporto logistico diretta sostenuta dai Guardiani della Rivoluzione Iraniana e dal movimento sciita libanese Hezbollah. Per Washington un esponente di spicco dei pasdaran e l’ex ministro del Petrolio iraniano, Rostam Qasemi, sovrintendono a questa rete, costituita da decine di armatori, navi e facilitatori. Sempre ieri, come riporta Agenzia Nova, Brian Hook – inviato del Dipartimento di Stato – ha dichiarato che gli Stati Uniti sono pronti ad offrire ricompense fino a 15 milioni di dollari a chiunque fornisca informazioni utili a contrastare le transazioni finanziarie dei Guardiani della Rivoluzione.

Sempre Hook ha cercato di corrompere il capitano della Adrian Darya 1, l’indiano Akhilesh Kumar, offrendogli svariati milioni di dollari lo scorso 26 agosto per fargli consegnare la nave ed il suo carico.

Quali scenari si aprono?

L’attuale posizione della petroliera è indicativa sulla destinazione finale del suo carico: la Siria. Sebbene le autorità iraniane non abbiano mai specificato chi ha acquistato il carico di greggio della Adrian Darya 1, valutato in circa 130 milioni di dollari (117 milioni di euro), è ormai palese che verrà scaricato e fatto arrivare in qualche modo a Damasco.

Non è un caso che Washington, oltre a colpire la rete commerciale iraniana, abbia messo nel mirino anche quella di Hezbollah. L’ipotesi più probabile è infatti quella che il trasbordo del greggio avvenga in acque internazionali su cisterne più piccole, fornite proprio dal movimento libanese sciita o dalla Siria, e poi fatte arrivare in Libano, da dove sarebbe molto facile il successivo passaggio del confine siriano con autocisterne, o addirittura direttamente a Tartus.

La stessa tipologia di operazione è avvenuta – ed è lecito supporre continui ad avvenire – nei mari che circondano la Corea del Nord: cisterne cinesi sono state individuate in alto mare nell’atto di trasferire il loro carico a naviglio più piccolo battente bandiere di comodo e diretto nei porti nordcoreani, aggirando così il blocco imposto dalle sanzioni internazionali.

L’ostacolo maggiore è rappresentato dalla presenza, nel Mediterraneo Orientale, di una consistente flotta di navi della coalizione a guida Usa che potrebbero interferire nelle operazioni anche in considerazione delle geografia stessa di quel tratto di mare, molto più “piccolo” e circondato da Paesi più o meno alleati degli Usa rispetto alle distese del Mar Cinese Orientale.

L’Iran del resto, avendo deciso di giocare a carte scoperte proprio effettuando il cambio di proprietà della Adrian Darya 1 che ora, lo ricordiamo, batte bandiera iraniana in loco di quella panamense sventolata quando si chiamava Grace 1, rischia di vedersi messo con le spalle al muro proprio per la decisione di aver fatto proseguire la rotta della sua petroliera sino alle coste della Siria. Forzare il blocco, aggirare l’embargo, rappresenta un atto di pirateria che, se compiuto da una nave non battente bandiera di comodo, assume un significato politico importante e potenzialmente ulteriormente destabilizzante.

D’altro canto potrebbe essere una precisa volontà di Teheran per alzare la tensione e dimostrare al mondo che il Paese non intende chinare la testa davanti ai diktat americani, ipotesi da non sottovalutare proprio considerando la storia ed il carattere nazionale del popolo iraniano.

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