Il Covid-19 può essere combattuto mediante un paradigma comunitario, oseremmo dire “cattolico”, o attraverso la persistenza dell’individualismo, che è divenuto maggioritario negli ultimi secoli. E l’Europa, con buone probabilità, è chiamata a scegliere una di queste due strade.

Per quanto un vero e proprio derby ideologico non sia auspicato da nessuno, la biforcazione è divenuta evidente nel corso di queste settimane: tutti gli esecutivi del Vecchio Continente, all’inizio del fenomeno pandemico, hanno tentennato sul da farsi. Chiudere tutto o no: scegliere non deve essere facile. In gioco, del resto, c’era e c’è la tenuta complessiva di almeno due sistemi economici: quello nazionale e quello europeo. Per non parlare del rischio derivante da una recessione globale.

Il discorso di Boris Johnson, che in parte poi è tornato indietro sui suoi passi, è più che esemplificativo: “A causa della mancanza di immunità, questa malattia è più pericolosa. E si diffonderà ulteriormente e devo parlare chiaramente con il pubblico britannico, molte famiglie perderanno i loro cari prima del loro tempo”.

Sullo sfondo di scelte di quel tipo, quelle del leader conservatore del Regno Unito, c’è una ratio economicistica. E l’assunto che circola in certi ambienti è più o meno questo: molte persone moriranno di Covid-19, ma l’effetto sull’occupazione, dunque su parecchi fondamentali economici, può essere persino più disastroso sul lungo periodo di quello comportato dall’esplosione della situazione pandemica. Bisognerebbe dunque porre sull’immaginaria bilancia di questa fase storica un peso, la salute pubblica, ed un contrappeso, il destino economico di tutti noi.

Si tratta di un’equazione complessa, il cui risultato può essere interpretato in un modo o in un altro. Dipende dalle correnti di pensiero. Di sicuro c’è come il presupposto ideologico di chi tende a badare soprattutto al sistema economico-finanziario e alle sue condizioni sia incastonato in quella che Max Weber ha chiamato “etica protestante”. Bilanciare i due atteggiamenti, nel contesto che stiamo subendo, non è semplice. Certo, se la riflessione di chi è deputato a decidere erga omnes dovesse basarsi sulle “radici cristiane” d’Europa, il ricettario delle cose da fare diventerebbe lapalissiano.

Prima la Persona umana, poi tutto il resto. Lo ha spiegato bene Ettore Gotti Tedeschi in un articolo pubblicato sul La Verità: “All’opposto (del pragmatismo laico e del pragmatismo di origine protestante, come li chiama l’economista italiano, ndr) c’è un (teorico) pragmatismo cattolico, fondato sul valore unico e sacro dell’ individuo, che invece propone restrizioni per contenere il contagio e salvare più persone possibile (anche sacrificando l’ economia). Questo pragmatismo rifiuta la selezione naturale come dottrina economico, politica e soprattutto morale”. Questa, in linea di principio, sarebbe l’Europa. Almeno per come la storia l’ha conosciuta.

Per dirla con altre parole: l’economia di comunione di Benedetto XVI non prevede che un fattore, un elemento materiale, possa mai oltrepassare l’umano, che deve persistere in qualità di cuore del mondo. Un protestante può non ascoltare l’arcivescovo di Canterbury. Un cattolico non può far finta che il Papa non abbia parlato. E la dottrina cristiano-cattolica, sull’antropocentrismo, è sin troppo chiara. Così com’è evidente che lo Zeitgeist odierno, lo spirito del tempo, si sia allontanato da certi capisaldi bioetici che avrebbero consentito di non porre nemmeno la questione. E poi c’è un problema, che lo stesso Gotti Tedeschi pone e che riguarda l’uniformità delle contromisure.

Il mondo contemporaneo è tanto globale quanto aperto. Gli Stati non possono differenziarsi troppo sul regime da seguire. Altrimenti il rischio contagio persiste. Dunque bisognerebbe che al centro del tavolo venisse posto un unico grande filone culturale tramite cui agire. Ma l’Europa oggi è parcellizzata. Anche dinanzi questa che ha tutti i tratti di una guerra contro un nemico invisibile, come più di un leader internazionale l’ha definita.

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